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lunedì 21 giugno 2010

Forse solo il silenzio esiste davvero


L'articolo che segue è tratto integralmente da La Stampa. Ritengo questa lettura un'analisi molto profonda della poetica di Saramago. Avevo bisogno di un rimedio efficace alla sporcizia che sono in grado di produrre i 'teologi' che vanno per la maggiore da qualche tempo in Italia.

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19/6/2010
Il Dio di Saramago, silenzio dell'universo
JUAN JOSÉ TAMAYO*

L’11 settembre del 2006, lo scrittore e premio Nobel José Saramago, la giornalista e traduttrice delle opere del romanziere portoghese, la pittrice Sofia Gandarias e io, camminavamo tutti insieme per le strade di Siviglia in direzione dell’Aula Magna dell’Università per partecipare ad un incontro sul Diálogo de Civilizaciones y Modernidad. Alle nove del mattino, mentre attraversavamo la piazza della Giralda, le campane della Cattedrale di Siviglia –antica moschea fatta costruire dal califfo almoravida Abu Ya’qub Yusuf- come impazzite, si misero a sonare a distesa. “Suonano le campane perché passa un teologo” disse Saramago con il suo solito senso dello humour. “No”, gli risposi a tono, “il suono di quelle campane annuncia che un ateo è in procinto di convertirsi al cristianesimo”. Durante quel breve dialogo, la risposta del romanziere portoghese non si fece attendere: “Questo mai. Ateo sono stato tutta la vita e continuerò ad esserlo nel futuro”. All’improvviso mi venne in mente una definizione poetica di Dio che senza un attimo di esitazione gli recitai: “Dio è il silenzio dell’universo, e l’essere umano il grido che dà un senso a tale silenzio”. “Questa definizione è mia” reagì all’istante il Premio Nobel. “Effettivamente, per questo l’ho citata” gli risposi. “E questa definizione si accosta più ad un mistico che ad un ateo”.

Per un teologo dogmatico, definire Dio come silenzio dell’universo forse è dire poco o non dire nulla. Per un teologo seguace delle mistiche e dei mistici giudaici, cristiani e musulmani (Pseudo- Dionigi l’Areopagita, Rabia al Adawiya di Bagdad, Abraham Abufalia, Algazel, Ibn al-Arabi, Rumi, Hadewijch di Anversa, Margherita Porete, Ildegarda di Bingen, Maestro Eckhardt, Giuliana de Norwich, Giovanni della Croce, Teresa di Gesù) e di laici quali Simone Weil, è più che sufficiente. Dire di più sarebbe una mancanza verso Dio, si creda o non si creda alla sua esistenza. “Se comprendi”, diceva Agostino d’Ippona, “non è Dio”. La definizione di Saramago è delle più belle. Meriterebbe di apparire tra le ventiquattro - e con essa venticinque – nel Libro dei ventiquattro filosofi (Adelphi, Milano 1999; Siruela, Madrid 2000), la cui paternità è attribuita a Ermete Trismegisto e che raccoglie le definizioni di ventiquattro saggi convenuti in un Simposio, il cui contenuto fu oggetto di un ampio dibattito tra filosofi e teologi durante il Medioevo.

La vita e l’opera di Saramago sono un’incessante lotta titanica con-contro Dio. Come lo era stata quella del Giobbe biblico – “il Prometeo ebreo” per Block – che maledice il giorno in cui nacque, prova ribrezzo della propria vita e ha l’audacia di domandare a Dio, con tono sfidante, perché lo assale con tanta violenza, perché lo opprime in modo così inumano e perché lo distrugge spietatamente (Giobbe, 10). O come il patriarca Giacobbe il quale passa un’intera notte a lottare al braccio di ferro con Dio e finisce con una lesione al nervo sciatico (Genesi, 32,23-33). Non è il caso di Saramago, il quale è uscito indenne dalle risse con Dio senza mai arrendersi. Al contrario, con i suoi 88 anni, continua ad interrogarsi e a domandare a teologi e credenti che diavolo mai sarà questo Dio che per esaltare Abele deve disprezzare Caino.

Il Nobel portoghese condivide con Nietzsche la parabola di Zarathustra e l’apologo del folle sulla morte di Dio e potrebbe forse sottoscrivere due delle affermazioni nietzschiane più provocatorie: “Dio è la nostra più lunga menzogna” e “Meglio nessun Dio! Meglio che ciascuno si faccia da solo il proprio cammino”. È probabile che coincida anche con Ernst Bloch in “il meglio della religione è che crea eretici” e in “solo un ateo può essere un buon cristiano, solo un cristiano può essere un buon ateo”.

Familiarizzato con la Bibbia, quella giudaica e quella cristiana, ricrea con umorismo - un umorismo iconoclasta del divino e destabilizzatore dell’umano – alcune sue figure più emblematiche e smentisce i racconti che, stando al dire di León Felipe, “hanno dondolato la culla dell’uomo” (sic). Lo fece ne Il vangelo secondo Gesù Cristo, romanzo che presenta Gesù di Nazareth come un uomo che vive, ama e muore come qualsiasi altra persona e che Dio sceglie come anello di un immenso movimento strategico e come vittima di un potere che lo trascende e al quale deve assoggettarsi.

Vi ritorna con il romanzo Caino nel quale ricrea, in ambito letterario e teologico, il mito biblico che trae le sue immagini dalle tradizioni più antiche sulle origini dell’umanità. La Bibbia presenta Caino, spinto dall’invidia, come l’assassino di suo fratello Abele e Dio come “saccentone”. Saramago inverte i ruoli del buono e del cattivo, dell’assassino e del giudice. Rende responsabile dio, il signore (sempre con la minuscola) della morte di Abele e lo accusa di risentimento, di arbitrarietà e di esasperare le persone. Caino uccide il fratello non per arbitrarietà bensì per legittima difesa, in quanto dio lo aveva declassato a vantaggio dell’altro. E lo uccide perché non può uccidere dio.

L’immagine violenta di Dio non si esaurisce nella Bibbia giudaica. Prosegue in alcuni testi della Bibbia cristiana, là dove Cristo viene presentato come vittima propiziatoria per la riconciliazione dell’umanità con Dio. Prosegue con Anselmo di Canterbury, come padrone di vite e di beni e come sovrano feudale che tratta i suoi veneratori come se si trattasse di servi della gleba ed esige il sacrificio del suo amatissimo figlio, Gesù Cristo, in riparazione dell’offesa infinita commessa contro Dio dall’umanità.

Il Dio assassino permane presente in non pochi rituali bellici del nostro tempo: negli attentati terroristici compiuti da supposti credenti mussulmani che in nome di Dio praticano la guerra santa contro gli infedeli e nella risposta a tali attentati che danno i dirigenti politici cristiani i quali chiamano in causa Dio per giustificare lo spargimento di sangue di innocenti in operazioni che portano il nome di Giustizia Infinita o Libertà Duratura.

Dopo queste operazioni, Saramago non può fare a meno di essere d’accordo con la testimonianza del filosofo ebreo Martin Buber: “Dio è la parola più vilipesa di tutte le parole umane. Nessuna è stata tanto disonorata, tanto mutilata […] Le generazioni umane hanno riversato su questa parola il peso della loro vita tormentata fino a schiacciarla contro il suolo. Giace nella polvere e ne sostiene il peso. Le generazioni umane, con i loro patriottismi religiosi, hanno lacerato questa parola. Hanno ucciso e si sono fatte uccidere per essa. Questa parola porta le loro impronte digitali e il loro sangue. Gli uomini disegnano un fantoccio e ci scrivono sotto la parola ‘Dio’. Si assassinano gli uni gli altri e dicono ‘lo facciamo in nome di Dio’. Dobbiamo rispettare quelli che proibiscono questa parola, perché si ribellano contro l’ingiustizia e gli eccessi che con tanta facilità si commettono con una presunta autorizzazione da parte di ‘Dio’. Bene si comprende che molti suggeriscano di mantenere, per un certo tempo, il silenzio sulle ‘ultime cose’ per redimere quelle parole che sono state oggetto di tanti abusi”. Anch’io sottoscrivo quest’affermazione di Buber.

Che si condivida oppure no la Bibbia giudaica che fa Saramago, personalmente ritengo di essere d’accordo con lui sul fatto che “la storia degli uomini è la storia dei loro incontri mancati con dio: né lui ci intende, né noi lo intendiamo”. Eccellente lezione di contro-teologia!

Qualunque fosse la responsabilità di Caino o di Dio nella morte di Abele, rimane in piedi la domanda che ancora oggi persiste tanto viva quanto allora, se non di più, e che fa appello alla responsabilità dell’umanità nell’attuale disordine mondiale, nelle guerre e nelle carestie che prosciugano il nostro pianeta: “Dov’è tuo fratello (Genesi 4,9). E la risposta non può limitarsi a un evasivo: “Non so. Sono forse io il custode di mio fratello?”, bensì, continuando con la Bibbia, la parabola evangelica del Buon Samaritano, il quale prova compassione di una persona gravemente ferita, nonostante fosse di religione contraria alla sua. Eccellente lezione di etica solidale!

Traduzione di Giancarlo Depretis
*Juan José Tamayo è teologo spagnolo, fondatore e segretario dell’Associazione dei teologi Giovanni XXIII

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La Stampa perdonerà se l'ho copiato interamente, ché un così bell'articolo rischiava di essere letto da pochi se restava sul giornale, per motivi che non sto qui a dire ma che sono familiari a chi si avventura fino alla terza pagina dello sfortunato quotidiano per leggere delle ragioni di tanta attenzione al clima che cambia, che di solito sono pagine trascurate dai lettori e se qualche inesattezza scappa non ne viene gran danno all'autore che scopre di avere scritto cose d'altri, E' inaccettabile, mi dovete una spiegazione, Ma che vuole questo tipo? di che si lamenta se neanche piove!, e si sente offeso l'autore da operazione che in altri paesi si direbbe leggera ma che da noi non è poi cosa così seria, e i giorni passano senza che nulla accada, segno che non era un fatto importante e il giornale aveva ragione a dire di stare tranquilli, di godersi la vita che fuori c'è il sole. Può ripetersi la storia, ruota senza terreno per girare se non fossero lastricate le sue vie del sangue dei senza nome che senza quel sangue sarebbe inutile spingerla, e se il teologo riconosce l'articolo fedele al suo intento il giornale saprà riconoscermi il servigio reso a diffonderne il pensiero, altrimenti la redazione mi ringrazierà parimenti per aver attirato su di me gli strali dell'autore, ché senza questo blog nessuno avrebbe saputo dell'offesa al suo nome.
([NdA] scritto quale indegno omaggio alla prosa di Saramago.)

Quando i giganti si addormentano

Che le condizioni di salute del mondo fossero peggiorate l'ho scritto venerdì scorso. La campagna denigratoria del Vaticano nei confronti di Saramago non fa che confermarlo.

E' storia antica, nessuna novità, quando i giganti si addormentano i nani escono dalle tenebre e si avvicinano furtivi e frettolosi intorno al loro corpo per cercare di portarne via gli abiti.

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L'ultimo post di Saramago.

"Penso che nella società attuale ci manchi la filosofia. Filosofia come spazio, luogo, metodo di riflessione, che può anche non avere un obiettivo determinato, come la scienza che invece procede per soddisfare i suoi obiettivi. Ci manca la riflessione, pensare, necessitiamo del lavoro di pensare e mi sembra che, senza idee, non andiamo da nessuna parte."

Expresso, Portugal (intervista), 11 ottobre 2008

venerdì 18 giugno 2010

Oggi il mondo è peggiorato

Oggi che José Saramago si è spento dedico poche parole all'esergo di questo blog. E' tratto dal suo romanzo Storia dell'assedio di Lisbona, un romanzo dove la negazione riscrive la storia e la negazione della negazione cela la verità nel gioco di trascrizioni che rivoltano il guanto della storia.

"Mi ami?, e lei se ne sta zitta, guardandolo soltanto, impassibile e distante, rifiutando di pronunciare quel no che lo distruggerà, o quel sì che li distruggerebbe, concludiamone dunque che il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo."

In quel concludiamone dunque si concentra tutto il peso di una verità che annienta, l'attesa per una risposta che terrorizza, il desiderio di una risposta che, affermativa o negativa che sia, farà comunque male. Desiderio dalle conseguenze dolorose eppure irrinunciabile. Quella di Saramago è una conclusione desolata per una domanda che rimane senza risposta. Quel concludiamone dunque, cadenzato come un requiem, è il punto dove la frase si ferma e si addensa, nelle sue prossimità il tempo si arresta e in quella amara conclusione vengono inghiottiti tutti i desideri senza risposta.

Forse la necessaria conseguenza del frammento di Saramago è che il rovesciamento della storia non muterebbe l'esito tragico di uno stallo che è ineluttabile.

giovedì 17 giugno 2010

Passa la gente, passano a milioni

Sono indecise se alzare le gonne
di mezzo metro - e non importa se
le gambe sono affusolate o goffe -
oppure abbassarle
fin sotto le caviglie ad impigliarsi
coi tacchi, oppure infilarsi
i pantaloni lunghi,
..............................o a mezza gamba
o gli stivali alle cosce o le scarpette,
la collana di vetri luccicanti
che battono ai ginocchi
o dischi tintinnanti sopra il petto,
o avvolgersi in nubi di veli
tingersi le occhiaie in verde cupo
in rosso il viso o in nero,
a fanale gli occhiali
o torti ai lati a gufo,
platinarsi i capelli lunghi fino alle natiche
o accorciarseli rasi, o rimontarli
a trofeo.
Anche i maschi, indecisi:
inanellarsi i capelli? gli orecchini?
allungarsi la barba? i pantaloni porpora?
un monile al petto - ma altri mezzi
hanno in genere per farsi valere.
Dai grattacieli neri di fuliggine
- dove respirano l'aria in scatola,
vedono il mare per televisione
quando c'è propaganda alla freschezza
del burro X;
e le macchine nelle strade indifferenti schizzano
su fiumi di persone, indifferenti
schizzano tutti, gonne corte o lunghe -
ai borghi più nascosti:
in un mondo nel quale non importano
una per una tutte le persone
o importano solo colpo a colpo,
inesperti, si tenta di valere
in questi modi ancora rudimentali.

Passa la gente, passano a milioni
sempre più fitti, sempre più i medesimi,
a miliardi nel mondo, e se ne vanno
lasciandosi rubare
tutta la vita della propria vita -
non sanno a chi urlare, come urlare
«esisto anch'io».

Danilo Dolci (1924-1997) - Da Il limone lunare. In: Poema umano. Einaudi, 1974.


Qualche giorno fa ho avuto modo di ricordare questa meravigliosa poesia di Danilo Dolci in uno scambio di opinioni nel blog Hotel del disinganno, un blog davvero interessante dove è stato dato avvio ad un bel dibattito sulla poesia ai tempi del computer, per parafrasare Màrquez. Dibattito che ha coinvolto un altro blog che mi è piaciuto.

Oggi sento il bisogno di trascrivere quella poesia di Dolci perché, come sempre accade nel domino della rete, un sito ne richiama un altro e un altro ancora fino a che mi sono imbattuto in un altro blog dove ho letto di un altro confronto, diverso il tema, diversi i soggetti ma in definitiva si gira sempre intorno al ruolo della comunicazione. Oggetto del confronto è il sesso e lo scambio di battute è tra un ragazzo di vent'anni e una professoressa. Se volete saperne di più seguite il link al blog del ragazzo. E' comprensibile che le opinioni siano divergenti ma ciò che mi ha stupito è la conclusione della replica della professoressa al ventenne, la signora dopo aver giustamente invocato la necessità di un dialogo tra adulti e giovani su questi temi e la difficoltà di costruirlo, conclude dicendo "se i ventenni la pensano come te, scusa la sincerità, siamo messi male." Non è difficile immaginare che in questo modo quel ponte tra generazioni, tanto difficile da costruire, diventa un'impresa ancora più ardua. Forse Danilo Dolci potrà invitare la professoressa ad una autocritica - anch'io, nel mio piccolo l'ho fatto ma l'interessata ha cancellato il mio commento dal suo blog e mi ha pregato di cancellare il suo link dal mio blog, cosa che faccio con vero piacere!

***

…giorni fa passeggiando in un parco ho visto un tipo con suo figlio, il piccolo avrà avuto 5-6 anni e voleva andare per un sentiero. Il genitore gli ha detto che non poteva andare per quel sentiero, il piccolo ha chiesto “perché?” e il genitore gli ha risposto “perché no”… fossimo davvero evoluti avrei dovuto picchiare quell’imbecille, ma ti pare una risposta quella?

mercoledì 16 giugno 2010

Notizie quasi vere...

...in un paese quasi immaginario.

Sventato un grosso giro di prostituzione nella periferia cittadina. A capo della cosca c'era un tale Cyrano de Bergerac, già noto alle forze dell'ordine per l'abitudine di inviare alle autorità del paese lettere minatorie in rima. Cyrano coordinava le attività con l'ausilio di note maîtresse provenienti da tutta Europa, tra i nomi più noti figurano Anna Karenina e Emma Bovary che per nascondere ai familiari le loro attività illecite avevano simulato un suicidio. I soggetti fornivano le loro prestazioni in un casolare abbandonato. Quando la polizia ha fatto irruzione nell'edificio è stato trovato anche il famoso attore Ireneo Funes, divenuto celebre per la magistrale interpretazione nel film Lo smemorato di Collegno. Agli agenti l'attore ha dichiarato di trovarsi lì per conto di una persona molto importante, di cui non può rivelare il nome, con il compito di ricordare tutti i clienti del bordello nel caso un giorno fosse tornato utile. Funes è stato immediatamente rilasciato. Un alone di mistero avvolge l'ignoto committente, si mormora di collaborazioni del Funes con i servizi segreti.

Nuovo successo della Guardia di Finanza nella lotta all'evasione, scoperto l'ennesimo evasore totale. Il soggetto, che si faceva chiamare agrimensore K., venuto in possesso di un bene immobile di notevoli dimensioni attraverso operazioni finanziarie poco chiare lo ha nascosto al fisco per decenni. Dalle prime indagini pare si tratti di un vero e proprio castello che l'evasore affittava a prezzi esorbitanti senza mai rilasciare fattura dei compensi ricevuti. E' stato assodato che nel castello sono stati organizzati festini a sfondo sessuale con un giro d'affari da capogiro. Il danno per le casse dello Stato è di diversi milioni di euro. L'agenzia delle entrate chiede più poteri per contrastare l'evasione fiscale giunta a livelli ormai inaccettabili e fa pressione per l'introduzione di pene esemplari. Il ministro della moneta è addirittura arrivato a proporre il confino degli evasori in una colonia penale e incisione delle cifre evase sulla pelle dei condannati.

La medicina italiana diventa leader mondiale nella lotta contro le fobie. Gli specialisti non vogliono entrare nei dettagli della nuova terapia prima della pubblicazione dell'articolo sulla prestigiosa rivista internazionale New Science. Dalle dichiarazioni delle infermiere sono trapelati alcuni casi particolarmente rilevanti: il dottor Freud è stato liberato dalla sua delirante onirofobia, l'agente di viaggi Odisseo può dirsi completamente guarito dalla temibile talassofobia e il famoso imprenditore mediorientale Ba' al Zebub può finalmente dimenticare la fastidiosa termofobia che ultimamente gli impediva persino di lavorare.

Si è concluso il processo a carico di Eva. Al termine dei tre gradi di giudizio la donna è stata assolta con formula piena dall'accusa di aver commesso un furto di mele in una frutteria nel centro della città. Le prove portate a difesa di Eva sono state ritenute schiaccianti dai giudici dell'Alta Corte. La povera donna soffre di una rarissima forma di allergia alle rosacee particolarmente violenta quando si tratta di mele e il solo contatto con il frutto l'avrebbe uccisa all'istante. La notizia è stata accolta in maniera scomposta dal querelante, sembra che il fruttivendolo sia stato colpito da delirio di onnipotenza cronico insolitamente associato a una rara forma di autismo catatonico. Considerando che Eva non può aver messo piede nella frutteria e che a oggi non sono state riscontrate prove del furto di mele si indaga sui motivi che hanno portato il fruttivendolo a inscenare l'assurda storia.

Il noto intellettuale di origine basca Aleandro del Torrente ha dichiarato solennemente: "D'ora in avanti mi farò beffe dell'eterogenesi dei fini scrivendo fedelmente quello che avrei pensato se la mia speculazione fosse stata fedele alla mia formazione politica tralasciando l'influenza delle contingenze della storia e i casi della vita che qualora mi avessero condotto a un maggiore attaccamento ai testi della mia adolescenza mi avrebbero consentito di rinnegare il valore del tempo che solo in età matura posso apprezzare con l'ardore della rivoluzione dello spirito che torna in sé stesso dopo lungo girovagare nella dialettica materiale". Alle facce perplesse dei giornalisti lo studioso ha dichiarato ermeticamente: "Il pensiero di sinistra ha le sue tradizioni". Inoltre, il docente ha fatto sapere che i prossimi libri saranno scritti a testa in giù. Alla richiesta del motivo di una scelta così bizzarra lo studioso ha risposto lapidario: "Così sarò un intellettuale scomodo!"
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