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domenica 25 aprile 2010

Forme di tarantismo

Su Youtube è disponibile un bel documentario sul tarantismo, ne consiglio la visione prima della lettura di questo post.

Dove sono andati a finire i tarantati del terzo millennio? Il documentario si pone questa domanda lasciando la risposta alle varie manifestazioni di disagio di oggi che si trovano incanalate entro argini che devono essere rotti.
Bene! Io azzardo una risposta blasfema alla domanda. Blasfema per l'alta considerazione che ho delle radici storiche e del profondo significato antropologico della taranta (consiglio di leggere i libri che Ernesto De Martino ha dedicato al tema: Sud e magia o il meraviglioso La terra del rimorso). Tuttavia, rimanendo alla sua espressione fisica e muovendomi negli angusti canoni classificatori della razionalità medico-scientifica non posso evitare di ricordare che si tratta di una manifestazione isterica che ricorreva periodicamente, nei mesi della mietitura in particolare, e che colpiva soggetti, generalmente donne, il cui profilo era fondamentalmente ascrivibile a qualche forma depressiva.
Ora, tralasciando i richiami alle radici storiche ed ai significati antropologici, ché sarebbero sprecati per il caso che vado a esporre, non posso non notare qualche parallelismo con quello che avviene da un po' di anni nei confronti del 25 aprile e della festa della Liberazione Partigiana. Il fenomeno di rigetto isterico del 25 aprile è certamente periodico con cadenza annuale, le manifestazioni isteriche sono particolarmente violente e in alcuni casi pietosi non manca nemmeno la bava alla bocca. Diversamente da quello che accadeva con le tarantolate, è terribilmente semplice descrivere il profilo dei soggetti colpiti da questo fenomeno, di solito si tratta di maleducati fieri della propria condizione di miseria intellettuale, ignorano la storia e i suoi molteplici significati, dispongono di due o tre categorie classificatorie della realtà, e non si fanno neppure sfiorare dall'idea che possono migliorare. Il mio accostamento con il tarantismo è però fallace. Il deplorevole fenomeno di questi anni non condivide con il tarantismo la sua fondamentale componente terapeutica. Nel caso delle manifestazioni isteriche per il 25 aprile siamo invece di fronte a casi disperati e il massimo che si può fare per aiutare questi miserabili è fargli seguire un capetto che una persona mediamente normale non degnerebbe di uno sputo e fargli ricoprire una carica ministeriale o altra carica pubblica. Questo avrà sicuramente effetti devastanti per un Paese ma l'autostima dello sventurato ne beneficerà.

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"Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste. Ecco l'appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vuole due qualità a mio avviso cari amici: l'onestà e il coraggio. L'onestà... l'onestà... l'onestà. [...] E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto: la politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c'è qualche scandalo. Se c'è qualcuno che da' scandalo; se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!" Sandro Pertini.

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Questo Paese può dirsi libero, degnamente libero, solo grazie all'esperienza partigiana. Rimuovere dalla Storia d'Italia quell'esperienza e assegnare il merito della liberazione all'intervento militare alleato non è solo un falso storico è anche la manifestazione di una sudditanza morale che non poteva che sfociare nell'egemonia politica di un mentecatto e dei suoi accoliti. Oggi noi parliamo di alleati ma non dimentichiamo che il nostro paese ha avuto un ruolo belligerante nella II guerra mondiale e che da quel ruolo infame gli italiani sono stati riscattati solo con la Resistenza, non capire questo è il residuo della barbarie fascista che ha insanguinato la storia di questo e di altri paesi.

lunedì 12 aprile 2010

Perseo e Medusa


B. Cellini, Perseo con la testa di Medusa, 1545-1554, Piazza della Signoria, Firenze

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Una sera, durante uno degli infiniti scontri tra Perseo e Medusa mi è parso di udire chiaramente un dialogo. Forse si è trattato di un sogno, forse di un viaggio nel tempo, forse una fantasia.

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- Ti aspettavo Perseo, l’elmo di Ade ti rende invisibile ma io so che sei qui.

- Nessuno può averti detto del mio arrivo.

- Non serve che qualcuno mi dica quale sia il mio destino, lo conosco da sempre. Avvicinati dunque, non aver paura, assolvi al tuo compito, spicca la mia testa dal collo e leva alto il tuo trofeo.

- Orribile creatura, come pensi di ingannarmi?

- Figlio di Zeus tu mi trovi orribile ma dimentichi che un dio mi trovò bella un tempo. Non ti inganno, mi è noto il fato cui non possiamo sottrarci entrambi. Il tuo compito è tagliarmi la testa, il mio è morire per mano tua e nessuno di noi due può sottrarsi al proprio destino. Tutto il mio terribile potere non può evitare che il tuo possente braccio sollevi la mia testa.

- Ho visto di cosa sei capace e come hai trasformato in pietra chi ha tentato l’impresa prima di me. Le tue ingannevoli parole non mi indurranno a guardare i tuoi occhi, lo scudo di Atena distoglierà da me il tuo sguardo.

- Lo so, per questo tu mi ucciderai ma prima che tu possa recidermi il capo con il falcetto di Ermete lascia che ti dica qualcosa. Siamo entrambi di origine divina ma entrambi mortali, conosciamo le paure degli uomini e l’invidia degli dei, conosciamo la forza della necessità che tutto governa e la misura delle cose. Sappiamo entrambi che quando mi avrai uccisa altri dei verranno, gli uomini dimenticheranno il volto di Medusa e l’eterno ciclo del tempo diventerà una linea il cui termine non sapranno più raggiungere. Spero tu sappia cosa stai per fare.

- Tu deliri terribile Gorgone.

- No, non deliro, so bene quello che dico. Perché credi che tanti valorosi siano venuti fino alla terra degli Iperborei ad affrontare il mio volto? Pensi forse che loro volessero la mia morte? No Perseo, chi ti ha preceduto non è venuto qui per uccidermi.

- Per quale altro motivo, figlia degli abissi?

- Per guardare l’orrore nei miei occhi, per scoprire il fondo dell’abisso che mi generò, per cercare di scorgere il loro abisso.

- Tu menti, a cosa serve guardare l'abisso se nessuno di quanti hanno guardato il tuo volto ha potuto raccontarlo?

- Nel mio volto ognuno vedeva il proprio abisso, raccontarlo ad altri non sarebbe servito a nulla ma tutti sapevano che l'abisso c'era e che guardarlo li avrebbe atterriti. Loro cercavano in me la loro tragedia, la porta che conduce all’inizio dei loro affanni e tu, figlio di un dio, accecato dal tuo valore sei venuto fin qui a distruggere i loro sogni.

- Divina Medusa, uccidendoti non vanificherò i sogni degli uomini ma distruggerò i loro incubi.

- Sciocco! Come puoi pensare che liberando gli uomini dai loro incubi tu possa salvarli? Se non avranno più il mio volto in cui specchiarsi usciranno dalla casa della tragedia, costruiranno mura che crederanno sicure ma che un giorno gli crolleranno addosso, non potranno più guardare l’orrore dei miei occhi che riflettono l’immagine di chi li guarda. Poteva un eroe essere più sprovveduto di te?

- Basta figlia di Forco, tu rimandi inutilmente la tua fine.

- Povero Perseo, io sto ritardando la fine di chi ha armato la tua mano. Quando tu avrai sollevato la mia testa comincerà il declino di Atena e delle grandi dee, e tu stesso, Perseo, non sarai più di alcun aiuto agli uomini e sarai dimenticato.

- Tu menti, gli uomini mi saranno grati per averli liberati dal tuo potere di renderli di pietra.

- Non era il mio sguardo a renderli di pietra, ma l’insensatezza delle loro brame, l’affanno dei loro desideri, tutto questo vedevano nei miei occhi, era questo a pietrificarli. Uccidendomi impedirai loro di vedere la paura che alberga nel fondo dei loro occhi. Si illuderanno di colmare l'abisso cercando cose che stanno fuori dai loro occhi ma un giorno si accorgeranno di non poter colmare quel vuoto. Pensi davvero che potranno ringraziarti per questo? Un giorno ti malediranno per aver tagliato il freno all’arroganza che li ucciderà. Quel giorno sapremo che Némesis sarà stata l’unica fra noi a sopravvivere.

- Tu sei foriera di morte! La forza del mio braccio e l’astuzia del mio ingegno ti distruggeranno.

- Io ricordo la morte Perseo e con essa la nascita, non porto nulla con me che non sia già sotto il cielo. Uccidendomi non sconfiggerai il terrore che morte e nascita ti incutono. Per questo mi uccidi Perseo, perché io posso dare la vita e mi misuro continuamente con la morte, è questo che tu non puoi sopportare. Caro Perseo non ho altro da dirti, il nostro destino deve compiersi. Avvicinati dunque, portiamo a termine quello che il fato ci impone. E' già l'ora di andarsene, io a morire, tu a vivere; chi dei due però vada verso il meglio, è cosa oscura a tutti.


Caravaggio, 1595-1598 circa, Galleria degli Uffizi, Firenze

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La lettura della mitologia greca che racconta dell’hýbris (arroganza) fa riferimento ai miti di Icaro, Fetonte e al più grande di tutti, Prometeo. Finora non ho trovato alcun riferimento al mito di Perseo in relazione all’hýbris, a parte forse la cesura che rappresenta il passaggio da una società matriarcale a una patriarcale. Questa cesura mi sembra in qualche modo intrecciata con la mia lettura del mito. Non so se questa mia interpretazione sia rispettosa della filologia ma mi sembra che questo mito parli di qualcosa che sta persino alla radice dell’hýbris solitamente narrata dal mito di Prometeo. Ho tentato di esporre quella radice, tutto qui.

Letture consigliate per intravedere questo dialogo:
Eschilo, Prometeo incatenato. In: Le tragedie. Orsa Maggiore Editrice, 1989.
Esiodo, Teogonia. Rizzoli, 1984.
Ovidio, Metamorfosi. Einaudi, 1994.
Platone, Apologia di Socrate. Barbera, 2007.
J.J. Bachofen, Il matriarcato. Storia e mito tra Oriente e Occidente. Marinotti, 2003.
Y. Bonnefoy, Dizionario delle mitologie e delle religioni. Rizzoli, 1989.
R. Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia. Adelphi, 1988.
P. Citati, La luce della notte, Mondadori, 1996.
J.G. Frazer, Il ramo d'oro. Studio sulla magia e la religione. Bollati Boringhieri, 1973.
E. Fromm, Il linguaggio dimenticato. Gruppo editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas, 1961.
R. Graves, I miti greci. Longanesi, 1983.
C.G. Jung, L'uomo e i suoi simboli, TEA, 2007.
F. W. Nietzsche, La nascita della tragedia. Newton Compton, 1991.
L. Zoja, Storia dell’arroganza. Psicologia e limiti dello sviluppo. Moretti Vitali, 2003. 


PS del 23.1.2014 - Ringrazio il mio amico Riccardo per avermi fatto scoprire I dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Avessi avuto conoscenza del libro prima di scrivere questo dialogo avrei dovuto citarlo in cima alla lista. Eppure sono contento d'averlo scoperto tardi per la forte emozione che ho provato leggendolo a fantasticare di una dimensione metafisica in cui le idee, una volta partorite, continuano a vagare e a volte, inconsapevolmente, vengono intercettate.

giovedì 8 aprile 2010

Le mattonelle di casa mia

Quando ero bambino il mio gioco preferito era cercare le forme sulle mattonelle di casa. Passavo ore e ore sdraiato per terra a cercare volti umani, animali, mostri strani, scene di caccia e immagini impossibili. Adesso non lo faccio più come allora ma di tanto in tanto, quando i passi sono lenti, mi pare di scorgere ancora qualche profilo che non ho mai visto prima o qualche uccello appollaiato su un trespolo che guarda in alto per spiccare il volo.


A volte mi chiedo se il significato che cerchiamo nelle cose e magari pensiamo di aver trovato non sia un po' come quel gioco che mi divertiva tanto da bambino. Scovare forme così chiaramente disegnate, così convincenti da pensare che possono essere viste da chiunque. Forme che non possono non essere vere, forme che hanno un significato.
Le forme che vedevo da bambino sulle mattonelle di casa erano per me vere allora non meno di quanto lo siano adesso che so di averle intuite in mezzo al caso che abbraccia tutte le cose vere e tutti i loro possibili significati.

martedì 30 marzo 2010

La psichiatria potrebbe spiegare

A settembre dell'anno scorso, al Festival della Filosofia di Mantova, Umberto Galimberti e Massimo Cirri tennero un piacevolissimo colloquio intorno al libro che Cirri aveva pubblicato da poco e che si intitola "A colloquio. Tutte le mattine al Centro di Salute Mentale", edito da Feltrinelli. Da quel dialogo trascrivo un frammento che potrà tornare utile per farsi un'idea delle motivazioni profonde che sottendono certi comportamenti.

"Che cosa è la paranoia? La paranoia è il bisogno di controllare tutto e siccome nessuno riesce a controllare tutto, ogni volta che uno gli sfugge qualcosa dal suo controllo ipotizza che gli altri siano dei persecutori, non può ammettere a sé stesso di non essere in grado di controllare tutto, deve dire che sono gli altri che lo perseguitano. Ecco! Qui la psichiatria forse qualcosa potrebbe spiegare [...]
Paranoico è colui che vuole controllare tutto, è una malattia seria, molto seria. Molto seria da cui difficilmente esci perché il bisogno di controllo ce l'abbiamo tutti, quello che in sostanza vogliamo controllare è la morte. Del resto gli sforzi enormi per allontanare il pensiero della morte sviluppando tutte le figure della giovinezza, nell'abbigliamento, nella forma, nella cura del corpo, nel lifting, ... son tutte forme di terrore della morte. Il paranoico è terrorizato dalla morte, dall'invecchiamento e vuole controllare tutto, quando sfugge qualcosa al suo controllo allora non ammette «non riesco a controllare tutto», dice «sono gli altri» e cominciano i vissuti persecutori."

Se vuoi ascoltare l'intero audio lo puoi scaricare al sito dei podcast della Feltrinelli (Il podcast è il numero 58 ed il frammento che ho estratto comincia a 25' 02"). Ad ogni modo puoi ascoltarlo anche in questo post se hai attivato il plugin.



Il nesso tracciato da Galimberti tra il comportamento paranoico ed il terrore della morte potrebbe spiegare cose ben più importanti dell'atteggiamento di qualche soggetto in preda al delirio di onnipotenza tipico della fase infantile dello sviluppo. Penso alle posizioni negazioniste dell'evoluzionismo o al negazionismo dei cambiamenti climatici provocati dall'uomo, ma di questo forse parlerò in un post successivo.

giovedì 25 marzo 2010

Giustizia terrena secondo Giuseppe e Giovanni

Non esprimo alcun commento salvo il titolo che ho dato al post, mi limito a riportare il testo integrale tradotto dal latino della lettera inviata il 18 maggio del 2001 da Ratzinger e Bertone ai "vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati". Il testo è ripreso da Micromega a firma di Pino Nicotri.
La lettera dava istruzioni circa i comportamenti da adottare per "i delitti più gravi" commessi dai membri della chiesa. E' il cosiddetto «Secretum pontificium» emesso quando l'attuale pontefice ricopriva la carica di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e al soglio pontificio c'era Giovanni Paolo II. La lettera imponeva il «silenzio papale», ovvero chiunque avesse parlato era scomunicato «ipso facto», cioè immediatamente.
Consiglio anche la lettura dell'articolo di Hans Küng e siccome siamo in Italia, e un po' di colore non ce lo facciamo mancare mai, consiglio la lettura del commento di don Paolo Farinella alla miserabile lettera di solidarietà inviata al papa da un noto frequentatore di prostitute d'alto bordo, oggi dette escort.

***

«LETTERA inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa I DELITTI PIU’ GRAVI riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001
Per l’applicazione della legge ecclesiastica, che all’art. 52 della Costituzione apostolica sulla curia romana dice: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.
Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici.
Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i padri della Congregazione per la dottrina della fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al sommo pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale apostolico. Tutte queste cose sono state dal sommo pontefice approvate, confermate e promulgate con la lettera apostolica emanata come motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela.
I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono:
- I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio dell’eucaristia, cioè:
1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate:
2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della medesima;
3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale;
4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica;
- Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè:
1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo;
2° la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso;
3° la violazione diretta del sigillo sacramentale;
- Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.
Al Tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione.
Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione.
Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni. La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età.
Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti. Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la dottrina della fede.
Tutti i tribunali della Chiesa latina e delle Chiese orientali cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la dottrina della fede e da applicare in tutto.
Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio.
Con la presente lettera, inviata per mandato del sommo pontefice a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, ai superiori generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati prelci sia una sollecita cura pastorale.
Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001.
Joseph card. Ratzinger, prefetto.
Tarcisio Bertone, SDB, arc. em. di Vercelli, segretario»
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