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domenica 8 marzo 2009

Stanza d'albergo

Edward Hopper, Hotel room, 1931

Di lei non sappiamo nulla,
dei suoi pensieri più intimi,
dei suoi sogni, dei suoi ricordi,
della lettera che sta leggendo,
dei bagagli non ancora disfatti.
Non sappiamo nulla.
Una storia alle spalle,
un viso in ombra,
nient'altro.
Non sappiamo altro.
Quanti l'hanno amata perchè non sopportavano l'idea di non saperne niente?
Quanti l'hanno odiata perchè non ne sapevano niente?
Quanti sapranno amarla anche se non potranno mai sapere nulla di lei?

venerdì 6 marzo 2009

I tempi delle crisi

Berlusconi dice che la crisi economica c'è ma che i media esagerano. Naturalmente non si è fatto mancare l'occasione per lanciare il suo canto di dolore per essere continuamente bersaglio di critiche, povera creaturella!
Per un momento penso che a proposito della crisi abbia ragione. Non perchè ritenga utile o intelligente il suo ottimismo a buon mercato, anzi. Apprezzo l'ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione di gramsciana memoria, e qui solo un idiota non vedrebbe che siamo su un altro pianeta. Penso tuttavia che abbia ragione, anche se non so quanto ne sia consapevole, perchè la vera crisi di questo paese non è quella economica ma è quella che si infiltra negli animi delle persone privandole della volontà, della consapevolezza di essere cittadini. Si potrebbe parlare di crisi morale ma sarebbe solo una pallida similitudine con la madre della crisi, è molto di più, è la crisi della volontà, e la crisi morale non è che una delle sue figlie.
Non è una crisi di oggi, viene da molto lontano e forse c'è qualcosa di strisciante in noi italiani che la fa essere sempre presente, a volte latente, a volte paradossalmente manifesta. Dico paradossalmente manifesta perchè se devo sintetizzarla in una battuta è proprio la vocazione all'invisibilità che diventa diffusa tra gli italiani.
Al di là delle origini di questa crisi, la cui analisi è oltre le mie capacità, ciò che mi spaventa sono i suoi tempi, la sua durata. La crisi economica durerà 2, 3, forse 5 anni, nella storia recente ce ne state altre e i loro tempi bene o male sono stati questi. Non sottovaluto le situazioni drammatiche della crisi economica ma le crisi che temo di più hanno tempi molto più lunghi, a volte possono durare decenni e gli esiti lasciano strascichi per intere generazioni. Queste crisi non cambiano solo l'economia di un paese ma si infiltrano nella mente delle persone, ne mortificano i desideri, le passioni, al punto da condurle a pensare che è meglio non averne alcuno. Anche in questo caso la nostra storia può dirci qualcosa.
Oggi non c'è il rischio di autoritarismo del passato, i tempi fortunatamente sono cambiati. Ha ragione Sartori quando dice che non si può parlare di regime, al più di un sultanato, resta la comune matrice che toglie alimento alla democrazia in maniera strisciante.

Nel 1917, il fascismo era di là da venire, Antonio Gramsci sentì nell'aria l'odore di quella crisi, la vide chiaramente ancor prima che arrivasse eppure, vent'anni dopo, non potè vederne la fine.

"INDIFFERENTI
Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costrutti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti."

Antonio Gramsci, La Città futura, numero unico pubblicato dalla Federazione giovanile socialista piemontese, 11 febbraio 1917.
In: A. Gramsci, Le opere, a cura di A.A. Santucci, Editori Riuniti, 1997, p. 23-25.


Io non so dire se davvero odio gli indifferenti. La sofferenza che vedo nei volti di molti indifferenti, il tintinnio di catene invisibili mi impedisce il sentimento dell'odio, ma è certo che mi fanno molta paura. E' altrettanto certo che invece odio, fortemente odio, i maestri dell'indifferenza, coloro che a qualunque livello esercitano il loro effetto di livellamento che annulla la differenza delle persone. Ma, in definitiva, chi sono questi maestri dell'indifferenza se non ex indifferenti?

giovedì 5 marzo 2009

Conti della serva ingenua

Recentemente la CGIL ha fatto alcune stime sul numero di lavoratori precari della pubblica amministrazione che rischiano di perdere il posto entro la fine del 2009. Le stime, eseguite sulla base delle valutazioni della Ragioneria dello Stato, sono di circa 400.000 lavoratori cui si aggiungerebbero altri 100.000 se si considerano le cosiddette "figure non censite". Si tratta di lavoratori che, una volta perso il lavoro, non avrebbero alcuna copertura economica. Una quantità enorme di persone che, stando al numero di occupati del 2007 in Italia pari a 23.220.000 tra pubblico e privato (dati ISTAT, pag. 67), rappresentano dal 1,7% al 2,2% della forza lavoro di questo paese.
Il PD ha proposto una misura eccezionale per fare fronte a questa emergenza, un assegno a chi perde il posto di lavoro per tutto il 2009. La maggioranza parla di proposta propagandistica e sostiene che è priva di copertura finanziaria.
Sulla faccenda che si tratti di una proposta propagandistica io non intervengo, gli esperti in materia di demagogia sono loro e se lo dicono qualcosa di vero potrebbe pure esserci! Per quanto riguarda la copertura finanziaria invece ho fatto due conti della serva. Una serva ingenua che non ha tutte le competenze del caso ma è una di quelle che va a fare la spesa e che vive in mezzo alla gente vera. La serva contabile è così ingenua da pensare addirittura che in una situazione di crisi sociale i membri più fortunati della società aiutino quelli meno fortunati.
Diamo per buona che i precari che perderanno il lavoro nel 2009 e che usufruirebbero di questa misura eccezionale possono essere 500.000. I lavoratori in Italia nel 2007 erano 23.220.000, di cui 3.734.500 nel pubblico (considerando che il 65% del settore 'Istruzione, Sanità e altri servizi' sia pubblico) e 19.485.500 nel privato. Consideriamo questi numeri buoni per la situazione attuale. Fissiamo l'assegno ad un valore minimo di 800 € per 12 mesi per i 500.000 lavoratori. La copertura dovrebbe essere di 4.800.000.000 €. Consideriamo anche che la faccenda si risolva tra lavoratori e in particolare tra quelli del settore pubblico che a questo punto sarebbero 3.235.000, la copertura totale della cifra si otterrebbe con un prelievo mensile dalle buste paga di 124 € per 12 mesi. Non è una cifra enorme considerando che è un valore medio e che con le opportune modulazioni, per raggiungere una quota di prelievo equilibrato tra i vari redditi, si ridurrebbe per chi guadagna poco e aumenterebbe per chi guadagna tanto, come sarebbe giusto. Siccome la serva contabile è proprio ingenua pensa anche "perchè non prendere un 20% da tutti i ricchi premi che si distribuiscono quotidianamente nelle varie trasmissioni televisive della Rai, che pure è pubblica?" ma non saprebbe fare i conti con queste cifre, eppure sa che c'è chi dovrebbe saperli fare. La cifra media di 124 € allora si ridurrebbe, forse in maniera sensibile. Lo stesso meccanismo se applicato nel privato, sempre considerando i soliti 124 €, potrebbe sostenere per almeno 12 mesi fino a 2.615.000 lavoratori del settore privato che perderebbero il lavoro. Magari ricorrendo anche qui al contributo dei ricchi premi distribuiti quotidianamente dalle televisioni private la cifra media si ridurrebbe.
Per quanto ingenua la serva contabile non penserebbe più ai tagli dei privilegi dei politici come fonte di finanziamento di queste iniziative, in questo caso non sarebbe solo ingenua.
Questi sono conti ingenui, sicuramente impraticabili, fatti quasi alle soglie della disperazione, tanto per non scomodare la maggioranza di governo che non ha alcuna intenzione di intraprendere la lotta all'evasione (per ovvi motivi) né ha alcuna dimestichezza con i concetti di disagio sociale (qui i motivi sono meno ovvi perchè l'etologia, nonostante gli sforzi di Piero Angela e di Danilo Mainardi, non ha la divulgazione che merita). Conti dettati dall'impressione che le misure per gli ammortizzatori sociali di 8 miliardi di euro stanziati dal governo possano essere insufficienti per un anno, visto che i soli 500.000 precari del settore pubblico ne richiederebbero 4,8 di miliardi e se a questi si aggiungono anche solo il doppio di lavoratori del settore privato, ovvero un milione (ma è molto probabile che saranno di più), di miliardi ne occorrerebbero in totale quasi 15 per un anno.
La serva contabile non è una economista, può dire tranquillamente di non esserlo e qualche strafalcione se lo può concedere e quando fa la spesa di tanto in tanto si fa prendere da queste assurde fantasie.
Sono conti di una serva che non fa il ministro dell'economia, perchè il quel caso sarebbe così decente da ammettere di non poter fare quel mestiere e si metterebbe a leggere la Bibbia, e magari anche qualche libro di economia. Di un economista serio, tipo John Kenneth Galbraith che diceva "è bene che ogni tanto i soldi vengano separati dagli imbecilli".

sabato 28 febbraio 2009

Un (in)certo individuo

"Non siamo per il principio di autodeterminazione, ma per una legislazione che eviti sia l'accanimento terapeutico sia l'abbandono terapeutico", "la decisione non deve spettare alla persona." Queste parole furono pronunciate da Monsignor Betori in una conferenza stampa della CEI e pubblicate il 1° ottobre del 2008. Parole di una gravità inaudita che non passarono inosservate ai più attenti osservatori, soprattutto a quelli vicini alla cultura cattolica. Roberta de Monticelli le considerò così gravi da arrivare addirittura ad una abiura dalla Chiesa cattolica.
De Monticelli ha letto in quelle parole la rottura di una nozione tipicamente cristiana che è quella di individuo e di responsabilità. Questo concetto nasce in occidente con la tradizione cristiana. Solo con il riconoscimento dell'individualità dell'anima e della irrevocabilità di una storia lineare è possibile concepire la responsabilità e indissolubilmente la libertà di azione, da cui discendono colpa e perdono. Impianto concettuale che troviamo trasposto nel diritto quando il riconoscimento della responsabilità penale dell'individuo non può prescindere dalla volontà del soggetto e dalla libertà di esercitare tale volontà.

Solitamente l'anima di Platone viene posta a fondamento del concetto cristiano di individuo ma per il filosofo greco l’anima è modello di riferimento per la conoscenza che nulla può modificare dell’ordine cosmico, per il cristiano l'anima può intercedere presso Dio. In Platone l’ordine immanente e quello trascendente non comunicano e non interagiscono, il primo deve imitare il secondo, poiché questo ha abbandonato il mondo terreno. E' per questo motivo che l'uomo deve organizzare politicamente il proprio agire, in una dimensione politica dove la collettività ha il primato sul singolo.
Nonostante il principium individuationis apollineo avesse ormai definitivamente vinto la sua battaglia contro l'universale dionisiaco ed il tempo della tragedia greca fosse già finito[1], il tempo di Platone scorreva ancora ciclicamente secondo necessità che gli Dei non potevano turbare e alle quali essi stessi erano assoggettati. Il tempo cristiano è governato da una divinità che può tutto e che può intervenire nelle cose terrene secondo disegni imperscrutabili. Il cristiano, eredita dalla cultura giudaica la storia nata dalla creazione del mondo che scioglie il circolo del tempo greco rendendolo lineare e progressivo verso una meta di salvezza. La giustizia dei greci è scalzata dalla colpa dei cristiani e se l’una riguarda l’ordine universale, l’altra investe i singoli individui.
In buona sostanza per Platone il concetto di anima (che nelle sue trasmigrazioni ha conosciuto le idee) era un concetto metodologico, squisitamente epistemologico, ossia modello di conoscenza al quale conformarsi per non cadere vittime degli inganni della sensibilità. In altre parole è un concetto più vicino alla razionalità di quanto non si sia inteso successivamente. E' con Agostino che l'anima diventa sede dell'identità personale e della rivelazione della verità della fede. Il registro platonico, da modello di conoscenza diventa strumento di salvezza. Con Agostino l'io diventa oggetto di interrogazione e assume valenza concreta di realtà. Il modello di realtà che prima era esterno all'interrogante adesso è portato al suo interno. E' in questo rivolgimento della filosofia platonica che prende forma l'individuo cristiano[2].

Da qui all'individuo della modernità, con la sua fiducia nella ragione, c'è un altro rivolgimento. Le similitudini tra il cogito cartesiano e l'intima interrogazione delle Confessioni di Agostino sono innegabili ma "se davvero, con Descartes, la prima modernità è caratterizzata «dall'interesse esclusivo per l'io» e dalla «perdita del mondo» (ma il dubbio è lecito), la fase successiva mira piuttosto, in alcune delle sue più rilevanti espressioni, all'acclimatazione del soggetto alla «fertile pianura dell'esperienza» condivisa e al terreno accidentato della storia collettiva. Questa impresa s'intreccia con lo sviluppo del giusnaturalismo, che lega il singolo uomo a tutti gli altri in un patto politico artificiale, sottraendolo così al suo isolamento e spingendolo verso l'universalità."[3]
L'individuo moderno, titolare di diritti che la collettività non può negargli e che varrebbero etsi Deus non daretur, non ha alcun senso se estratto dal contesto sociale in cui questi diritti hanno riconoscimento. Molto tempo dopo le guerre di religione tra cattolici e protestanti (tutti cristiani) che insanguinarono l'Europa per decenni e da cui l'Europa rinacque ormai secolarizzata, l'individuo fu riconosciuto nel suo contesto sociale e l'atto politico in cui tale individuo venne definitivamente alla luce è la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 26 agosto 1789. In quel testo si imponevano "l'intreccio di due temi contrapposti, quello dei diritti individuali e quello della volontà generale, che si è soliti associare al nome di Locke il primo, di Rousseau il secondo, e con tanta forza che il problema centrale diventa quello di sapere cosa li unisca, cosa conferisca unità e coerenza a questa dichiarazione." [4] La storia poi prese un'altra strada e quell'individuo, che doveva essere la sintesi delle due tendenze, rimase in bilico, ora spostato tutto da una parte, ora tutto dall'altra. Ciononostante quell'individuo era stato concepito e l'Europa non sarebbe più stata quella di prima.

Quando si parla di individuo ci confrontiamo con un concetto dalle molteplici forme e significati, francamente devo ammettere che il concetto di individuo di matrice cristiana su cui si baserebbero le radici dell'Europa moderna mi lascia un po' perplesso. In un libro recente Dario Antiseri si chiede se relativismo, nichilismo ed individualismo siano manifestazioni fisiologiche o patologiche dell’Europa[5]. In quelle che solitamente vengono presentate come le piaghe dell’occidente Antiseri vede giustamente ciò che ha costruito un’Europa aperta al pluralismo dei valori, consapevole dell’assenza di senso assoluto che è sorgente di tolleranza, e dove l’individuo libero, cosciente e responsabile ha il primato rispetto allo Stato.
Antiseri riconosce nel concetto di individuo le radici cristiane dell’Europa. Indubbiamente questo concetto sorge con il cristianesimo ed è innegabile che l’individuo, manifestazione di una libera coscienza, si oppone allo Stato totalitario e totalizzante. Il filosofo ci guida per le vie di un pensiero debole che apre alla fede, riconoscendone tuttavia l’infondabilità. Le motivazioni del suo pensiero sono convincenti, a differenza di quanti, dietro il paravento del pensiero forte e dei paramenti papali, nascondono solo un’adolescenziale arroganza. Pertanto se il concetto di individuo, di matrice cristiana, fonda un’Europa dalle radici cristiane è cosa che va considerata seriamente. Tuttavia manca a mio avviso una precisazione di non poco conto per avere un quadro completo della faccenda, ovvero se insieme all’individuo doveva nascere anche il cittadino perché l’Europa, così come la conosciamo, prendesse forma. Se avevano ragione Rousseau ad affermare che il cristiano è un cattivo cittadino, perché incurante dei problemi terreni[6], e Agostino che invocava la subordinazione della città terrena a quella divina[7], mi pare difficile riconoscere al cristianesimo un diritto esclusivo di paternità dell’Europa solo sulla base del concetto di individuo. Il cristianesimo ha creato l’individuo ma non lo ha certamente concepito per le cose terrene. Ma allora l’Europa non sarà mica il regno dei cieli?

Comunque sia, se non si possono disconoscere del tutto le radici cristiane dell'Europa, né vedo ragioni per farlo, è anche vero che è forte l'impressione che, come Agostino ha tirato un brutto scherzo a Platone, a volte si confonda l'individuo di Agostino, soggetto recipiente della verità e titolare del rapporto con Dio, con l'individuo sociale della polis.
Se l'individuo è l'atomo del discorso (i due termini, individuo/atomo, hanno simili radici, l'uno latina, l'altro greca) è necessario considerare che esistono molti tipi atomi, alcuni non stabiliscono legami con altri atomi, sono i cosiddetti gas nobili, altri non possono esistere se non in stretto legame con altri atomi. La struttura atomica dei gas nobili è stabile, gli orbitali più esterni hanno una configurazione elettronica completa e non presentano valenze di legame disponibili. Per comprendere le interazioni tra gli atomi comuni si deve spostare l'attenzione non tanto sulla loro individualità ma sulla loro valenza, ovvero sulla loro disponibilità a creare legami equilibrando il rispettivo eccesso o difetto di elettroni. Io ho l'impressione che all'individuo, che nasce dal cristianesimo di matrice agostiniana, sia connaturata una sorta di autosufficienza che manca all'individuo che prende forma nella modernità, sebbene non si può non riconoscerne dell'uno la filiazione dall'altro, né si può disconoscere l'evoluzione del concetto di individuo nella cultura cristiana e le implicazioni che questo ha avuto in termini di partecipazione sociale. L'individuo cristiano "adulto" che viene fuori da questa evoluzione più che il padre dell'Europa moderna ne è il figlio. Un'Europa che annovera tra le sue radici Atene, Gerusalemme e Roma, e inevitabilmente l'elaborazione illuministica dell'individuo[8]. Elaborazione che in nessun modo può essere messa da parte, sia pure con tutte le sue degenerazioni successive.

Per ritornare alla questione di partenza, De Monticelli scrive della dichiarazione di Betori "questa dichiarazione è la più tremenda, la più diabolica negazione di esistenza della possibilità stessa di ogni morale: la coscienza, e la sua libertà. La sua libertà: di credere e di non credere (e che valore mai potrebbe avere una fede se uno non fosse libero di accoglierla o no?), di dare la propria vita, o non darla, di accettare lo strazio, l'umiliazione di non essere più che cosa in mano altrui, o di volerne essere risparmiato." Monsignor Betori nella sua replica a De Monticelli opera una netta distinzione, a mio avviso assurda, tra libertà di coscienza e auto-determinazione. Il problema è se Betori e De Monticelli si riferiscono allo stesso individuo. A quale individuo fa riferimento Betori? A quello di Agostino o a quello del cristianesimo sociale e del personalismo? All'individuo dell'infanzia cristiana o a quello della sua maturità che ha trovato espressione nel magistero del Concilio Vaticano II?

A seconda delle risposte a queste domande la replica di Betori potrebbe apparire persino sensata, anche se devo ammettere che per farla apparire tale lo sforzo deve essere proprio enorme e giustamente Vito Mancuso non ha fatto questo sforzo. Il teologo, non riuscendo a cogliere la pertinenza della distinzione di Betori, chiede "che cosa se ne fa un uomo di una coscienza libera a livello teorico, se poi, a livello pratico, non può autodeterminarsi deliberando su se stesso?". Mancuso, quando pone questa fondamentale domanda e De Monticelli, quando vede la terribile lacerazione nel concetto di individuo aperta dalle affermazioni di Betori, forse hanno in mente un individuo che sostiene Sapere aude! Un individuo che osa guardare alla bellezza e all'orrore dell'esistente, che guarda quell'abisso, ne è meravigliato e atterrito, eppure sa di non potersi sottrarre da quello sguardo. E' un individuo che sa di correre il rischio di rimanere pietrificato da quello sguardo ma lo affronta pur di "consegnare alla morte una goccia di splendore / di umanità / di verità."[9] Monsignor Betori aveva in mente un altro tipo di individuo.

Un mio carissimo amico, che non vedo da tanto tempo e che ricordo molto sensibile al discorso della fede, diceva "ci sono tre grandi temi che nostro Signore, nella sua infinita onniscienza, non potrà mai sapere, il primo è quanti soldi hanno i salesiani, il secondo è quanti ordini monastici femminili esistono al mondo e il terzo, di tutti il più arduo, è cosa pensano i gesuiti." Se è impresa ardua per Dio, figuriamoci per filosofi e teologi, e per me che non sono né l'uno né l'altro!


[1] F. W. Nietzsche, La nascita della tragedia. Newton Compton, 1991.
[2] U. Galimberti, Il corpo, 2008.
[3] R. Bodei, Destini personali. L'età della colonizzazione delle coscienze. Feltrinelli, 2009, p.11
[4] A. Touraine, Critica della modernità. L'epoca moderna tra soggetto e ragione. Il Saggiatore, 2005, p.71
[5] D. Antiseri, Relativismo, nichilismo, individualismo. Fisiologia o patologia dell’Europa? Rubbettino, 2005.
[6] J. J. Rousseau, Il contratto sociale. Einaudi, 1966. "Ciò che i pagani avevano temuto è accaduto. Allora tutto ha cambiato aspetto; gli umili cristiani hanno cambiato linguaggio; e ben presto si è visto questo preteso regno dell'altro mondo divenire, sotto un capo visibile, il più violento dispotismo di questo mondo.", p. 206.
"Rimane dunque la religione dell'uomo o il cristianesimo, non quello d'oggigiorno (era il 1761, nota mia) , ma quello del Vangelo, che è del tutto differente. Con questa religione santa, sublime, vera, gli uomini, figli dello stesso Dio, si riconoscono tutti fratelli e la società che li unisce non si dissolve neanche con la morte.
Ma questa religione, non avendo alcun legame particolare con il corpo politico, lascia alle leggi la sola forza che esse traggono da se stesse senza conferirne loro alcun'altra; e con ciò uno dei grandi vincoli della società particolare resta senza effetto. Inoltre, invece di far sì che i cuori dei cittadini si affezionino allo Stato, li distacca da esso come da tutte le cose di questo mondo. Non conosco niente di più contrario allo spirito sociale." p. 210.
[7] Agostino di Tagaste, La città di Dio. Rusconi, 1984.
[8] T. Todorov, Lo spirito dell'illuminismo. Garzanti, 2007.
[9] F. De André, I. Fossati, Smisurata preghiera. In: Anime salve, 1996.

martedì 24 febbraio 2009

Origine degli angeli

Elias Canetti

“Solo un’immagine può piacere interamente, mai una persona. Origine degli angeli”.[1] In questa mesta osservazione di Elias Canetti, riportata nei quaderni del 1942, c’è la premessa dell’annientamento dell’uomo e del conflitto con la sua natura terrena, irrimediabilmente caduca, sfuggente e in fin dei conti refrattaria alla volontà. L’uomo rifiuta quella parte di sé che, come la natura, sfugge al controllo. Solo l’infanzia, nella sua condizione indifesa, soddisfa ad un tempo il desiderio di sopraffazione e di amore dell’uomo celando l’uno e l’altro sotto la maschera della custodia. Se l’amore per l’infante è l’ultima soglia prima del rifiuto dell’altro, allora occorre cautela nell’amare Dio senza considerare l’uomo poiché quest’atto è come amare i bambini, troppo facile e nasconde innumerevoli insidie. Più difficile è confrontarsi con la spietata varietà umana nel suo stato adulto, misurarsi con la sete di libertà che affligge quell’essere capace di pensarsi nel tempo, capace di allevare la speranza di un senso e capace di stabilire per sè quando la ricerca del senso può dirsi compiuta. Amare l’uomo è difficile perché, come il cucciolo quando cresce, può diventare feroce, intrattabile, comunque altro e non può essere in alcun modo inteso come proiezione di un desiderio di amore ma deve essere rispettato in quanto soggetto autonomo, capace e libero. Amare l’uomo è difficile, eppure inevitabile, al di là della sua ferocia, al di là di Dio.
Lèvinas che ha posto al centro della sua riflessione l'alterità, che si è immerso nel mare infinito dell'altro, "scrive che l’etica è più importante della religione e i credenti, se sono onesti, devono rispondere alle legittime, pressanti e chiare sollecitazioni degli atei"[2].
Intorno al testamento biologico si incontrano due grandi temi, il libero arbitrio del pensiero teologico e l'autodeterminazione della cultura laica. I due discorsi non si escludono e, se si spogliano dal mediocre e atavico bisogno del controllo dell'altro, le loro strade possono congiungersi. La libertà dell'uomo sta a fondamento del discorso di fede e del discorso laico, se il fondamento viene meno, cade per entrambi, allora si potrà parlare solo di dominio.

Ascolta Stefano Rodotà, Paolo Flores d'Arcais, Andrea Camilleri, Giovanni Franzoni, Daniele Garrone.

[1] E. Canetti, La provincia dell’uomo. Opere 1932-1973, Bompiani, Milano, 1990, p. 1600
[2] Cit. in L'ateismo della ragione e le ragioni della fede, Dialogo tra O. Franceschelli, P. Flores d'Arcais, E. Bianchi, M. Ovadia, U. Galimberti. Micromega 3/2007, 207-235
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