Gli archi sorretti dal vento sono un miracolo e gli asfodeli, piante sacre ai greci e ai romani, crescono oggi come ieri, custoditi nella loro antica funzione dal mio dialetto che li chiama "cannilore", come le candele accese in gloria dei defunti di ieri e di oggi, di chi in vita non è stato stato né buono né cattivo ma solo uomo o donna in cerca di un posto dove riposare.
"Concludiamone dunque che il mondo sarebbe assai migliore se ciascuno si accontentasse di quello che dice, senza aspettarsi che gli rispondano, e soprattutto senza chiederlo né desiderarlo." José Saramago
martedì 17 settembre 2019
Sussurri e asfodeli
Tempo fa qualcuno a radio 3 disse che la differenza tra macerie e ruderi è che le prime tacciono mentre i secondi parlano della loro storia. Forse è così ma prima di tacere le macerie sussurrano. Hanno voce fioca, la possono ascoltare orecchie attente a discernere parole tra frinire di cicale e stormire di foglie. Quello che resta della Masseria Itri, una masseria fortificata dei primi anni del '500, a pochi km da Gallipoli, parla ancora ma sono rimaste poche orecchie ad ascoltare la fremente attività contadina tra quelle mura che dovevano resistere agli assalti dei saraceni che venivano dal mare, visibile dalla torre. Oggi ci chiediamo come potessero reggere quelle fortificazioni così fragili e basse. Quelli che un tempo erano muri alti e invalicabili oggi sono bassi e cadenti, fanno tornare alla memoria un passo del Corvaglia che in Finibusterre scrive "Il muro si difendeva così dalle scalate; ma, più che dell'irto delle
spine, si giovava della sua stessa debolezza, essendo forte come certi
uomini, da cui bisogna star lontani, perché rovinano addosso a chi li
tocca."
Gli archi sorretti dal vento sono un miracolo e gli asfodeli, piante sacre ai greci e ai romani, crescono oggi come ieri, custoditi nella loro antica funzione dal mio dialetto che li chiama "cannilore", come le candele accese in gloria dei defunti di ieri e di oggi, di chi in vita non è stato stato né buono né cattivo ma solo uomo o donna in cerca di un posto dove riposare.
Gli archi sorretti dal vento sono un miracolo e gli asfodeli, piante sacre ai greci e ai romani, crescono oggi come ieri, custoditi nella loro antica funzione dal mio dialetto che li chiama "cannilore", come le candele accese in gloria dei defunti di ieri e di oggi, di chi in vita non è stato stato né buono né cattivo ma solo uomo o donna in cerca di un posto dove riposare.
lunedì 16 settembre 2019
Dove tutto è segno d'altro
Dove tutto è segno d'altro
Diana Efesina è fico d'India
di mammelle spinose,
retaggio di domani la dolcezza.
Diana Efesina è fico d'India
di mammelle spinose,
retaggio di domani la dolcezza.
venerdì 6 settembre 2019
Titoli e nuvole
Ho conosciuto emerite capre laureate con lode e persone straordinarie senza titoli scolastici e affamate di conoscenza. Queste ultime sono persone che nella loro vita non diranno mai che con la cultura non si mangia. Non hanno l’atteggiamento arrogante e altezzoso, tipico degli ignoranti che presumono di sapere. Sono curiosi, amano capire, coltivano il dubbio per conoscere e non per concepire complotti a loro danno mettendo in discussione cose di cui ignorano l’abc. Parlano poco e prima di parlare si informano, studiano. La vita di queste persone ha avuto strade che hanno impedito di avere titoli scolastici e spesso ne parlano con il dolore dell’occasione perduta. Se solo avessero potuto farlo avrebbero studiato, è sempre stato il loro desiderio ma non potevano andare a scuola. Hanno studiato quando il tempo glielo ha concesso. Le capre titolate invece hanno potuto studiare senza troppo impegno perché avevano le spalle coperte e di sapere non gli importava più di tanto. L’importante è il titolo. Una volta preso il titolo le capre titolate vivono di rendita e tornano analfabeti.
Studiare è una cosa seria e il fine dello studio è l’acquisizione di strumenti per comprendere la realtà che ci circonda. Non è il titolo. La realtà continua a cambiare e la necessità di studiare continua dopo l’acquisizione di qualunque titolo. Il titolo è importante, molto importante, perché certifica un percorso di studio ma capita che per alcune persone avere o non avere un titolo accademico sia un incidente di percorso. Non dovrebbe accadere né averlo per essere nati per caso in una famiglia agiata, né non averlo per le condizioni opposte. Eppure capita. Capita ancora.
Con la nomina di Teresa Bellanova al ministero dell’Agricoltura torna a soffiare il vento sulla girandola dei titoli accademici. Non ha titoli, ha solo la terza media. Come se il problema fossero i titoli e non quello che sta dietro i titoli, quello che i titoli dovrebbero rappresentare: la competenza. Parlare di titoli senza parlare di competenze e soprattutto senza parlare di fame di conoscenza rivela l’aspetto più deleterio del titolo, quello del simulacro, quasi fosse l’erede del titolo nobiliare che una volta acquisito eleva il suo portatore al di sopra di chi non lo possiede. Sono nato nella terra di Di Vittorio, ancora più a sud per la verità, e ancora ho il suo modello nella testa e non solo. Un uomo che non ha potuto frequentare la scuola ma che fin da bambino ha sempre desiderato studiare e che ha sempre studiato per capire la realtà che lo circondava e per cercare di trasformarla. Quello è e rimane il mio modello.
Teresa Bellanova non ha nel suo curriculum un titolo di laurea ma, per quanto ne so, nella sua vita ha acquisito le competenze per ricoprire cariche importanti. Prima ha acquisito le competenze, poi ha ricoperto le cariche. L’ordine è fondamentale. Non so dire se sarà un buon ministro dell’Agricoltura, lo spero, ma sono convinto che nella sua vita ha acquisito gli strumenti per farlo e sono contento della sua nomina.
Studiare è una cosa seria e il fine dello studio è l’acquisizione di strumenti per comprendere la realtà che ci circonda. Non è il titolo. La realtà continua a cambiare e la necessità di studiare continua dopo l’acquisizione di qualunque titolo. Il titolo è importante, molto importante, perché certifica un percorso di studio ma capita che per alcune persone avere o non avere un titolo accademico sia un incidente di percorso. Non dovrebbe accadere né averlo per essere nati per caso in una famiglia agiata, né non averlo per le condizioni opposte. Eppure capita. Capita ancora.
Con la nomina di Teresa Bellanova al ministero dell’Agricoltura torna a soffiare il vento sulla girandola dei titoli accademici. Non ha titoli, ha solo la terza media. Come se il problema fossero i titoli e non quello che sta dietro i titoli, quello che i titoli dovrebbero rappresentare: la competenza. Parlare di titoli senza parlare di competenze e soprattutto senza parlare di fame di conoscenza rivela l’aspetto più deleterio del titolo, quello del simulacro, quasi fosse l’erede del titolo nobiliare che una volta acquisito eleva il suo portatore al di sopra di chi non lo possiede. Sono nato nella terra di Di Vittorio, ancora più a sud per la verità, e ancora ho il suo modello nella testa e non solo. Un uomo che non ha potuto frequentare la scuola ma che fin da bambino ha sempre desiderato studiare e che ha sempre studiato per capire la realtà che lo circondava e per cercare di trasformarla. Quello è e rimane il mio modello.Teresa Bellanova non ha nel suo curriculum un titolo di laurea ma, per quanto ne so, nella sua vita ha acquisito le competenze per ricoprire cariche importanti. Prima ha acquisito le competenze, poi ha ricoperto le cariche. L’ordine è fondamentale. Non so dire se sarà un buon ministro dell’Agricoltura, lo spero, ma sono convinto che nella sua vita ha acquisito gli strumenti per farlo e sono contento della sua nomina.
giovedì 5 settembre 2019
giovedì 1 agosto 2019
rivendico lo sdegno e il disprezzo
rivendico lo sdegno e il disprezzo
per chi non vale la terra
sugli stivali di gomma di mio padre
incrostati di lavoro e fango
pane del giorno dopo
rivendico lo sdegno e il disprezzo
per chi non vale la polvere
sulle mani di mia madre
pioggia di tempo sui mobili
bagnati di umili giornate
rivendico lo sdegno e il disprezzo
per le urla sguaiate senza argomenti
per l'esibizionismo untuoso da spiaggia
per la burbanza spacciata da modestia
per i tronfi servitori dello stato
che si muovono come ne fossero padroni
reclamano ignoranza e la chiamano sincerità
vomitano promesse e svendono paradisi
largiscono futuro a prezzi stracciati
voi che seminate niente e arroganza
coltivate frutti velenosi
non avete parentela con mio padre
che allevava vigne e ulivi
figli generosi di dolore e attesa
voi che cucinate pietanze putride
e le vendete al prezzo dei figli
non avete parentela con mia madre
che cucinava il cuore e la bocca
con mani antiche di pazienza
io non ho nessuna parentela con voi
che non conoscete il contegno sacro
dei miei nonni quando pestavano l’uva
per fare il vino di mille cene prima del sacrificio
non ho nessuna parentela con voi
che non conoscete le donne genuflesse
ai piedi del dio dell’olio dei vivi e dei morti
e ignorate la liturgia di chi pianta ulivi
per le generazioni di domani
che dileggiano il peso delle nuvole
non temono i segni che annunciano pioggia
e non capiscono più la lingua delle piante
non ho più parentela con me
e con il tempo che mi irride
per me rivendico lo sdegno e il disprezzo
che qui attendo altri domani
impiccato sempre allo stesso ieri
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