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martedì 5 gennaio 2016

Note sui conflitti

René Magritte, Condizione umana, 1933
Queste note prendono spunto da un articolo di Michele Prospero pubblicato da Il Manifesto il 15 dicembre scorso. Sono note per niente sistematiche e ancor meno esaustive ma avevo bisogno di scriverle per chiarire a me stesso alcuni punti dell'articolo.

Dell'articolo di Prospero condivido l'impianto generale della critica mossa ad una sinistra sempre più "leggera" dei suoi valori fondanti e su questo punto rimando alla lettura del denso articolo. Qui mi soffermerò su un passaggio molto delicato quando Prospero dice che "la sinistra ha dirottato le proprie antenne verso i nuovi diritti a costo zero, verso sensibilità estetico-ambientali-etiche che garantivano una presa in aree secolarizzate, colte, metropolitane dell’elettorato." Affermazione ineccepibile e vera ma che a mio avviso contiene molte insidie che vanno chiarite. L'insidia più rilevante è ventilare un conflitto tra diritti, tra vecchi e nuovi diritti, e in particolare tra i diritti sociali della vecchia sinistra e i diritti civili della "nuova sinistra".

E' pericoloso stabilire una opposizione tra diritti, ed è un pericolo chiaro a Prospero quando afferma che i conflitti sociali sono stati stemperati verso diverse forme di conflitto: "L’agenda politica è stata così modulata sulle esigenze valoriali di un ceto medio riflessivo disposto a forme di mobilitazione civica e un velo è stato steso sui bisogni di fasce di società condannate alla marginalità e lontane dalle attuali forme di partecipazione politica." Tuttavia lo stesso Prospero non sembra sfuggire alla trappola di stabilire un conflitto tra diritti, preludio scivoloso verso un ordine dei diritti. Ordine pragmatico? Certamente sì. Ordine ontologico? Sarebbe un esercizio fallace! Un esercizio che violerebbe l'indivisibilità dei diritti.

Nel momento storico in cui emerge la domanda di riconoscimento di un diritto questo entra nel panorama etico della società e priorità pragmatiche non implicano un ordine di importanza tra diritti. Se è palese che bisogna essere sazi per apprezzare la creatività artistica questo non significa che l'arte ha minore importanza del pane per fare di un uomo l'essere senziente e pensante che ritiene di essere.

Prospero ha però perfettamente ragione quando scrive del dirottamento del conflitto sociale verso "esigenze valoriali di un ceto medio riflessivo disposto a forme di mobilitazione civica". Allora diventa utile capire cosa sia questo "ceto medio riflessivo". E' la cosiddetta classe media. Una chimera, un animale mitologico difficilmente definibile. La perdita di confini tra classi ha messo in crisi il pensiero critico di sinistra che ha abbandonato la critica del capitale. Di questo abbandono non è priva di responsabilità (se non altro passive) la stessa classe media. Processi di inclusione parcellizzata tra diversi strati sociali che si mescolano e confondono hanno portato a quell'esclusione "accolta con l'impotenza dell'attore individuale" di cui parla Prospero. Se prima i proletari non avevano da perdere che le proprie catene, oggi milioni di parvenu hanno tutti qualcosa da perdere. Milioni di penultimi che si rifanno sugli ultimi. Ecco allora che diventa chiaro l'uso strumentale dei "diritti a costo zero" per dirottare l'attenzione dagli emarginati, per creare cuscinetti di inclusione parcellizzata al fine di depotenziare il conflitto sociale tra classi alte e classi basse. Una strategia che ha funzionato da molto tempo anche con l'ausilio degli stessi diritti sociali, come ricorda Howard Zinn in Storia del popolo americano. A questo serve la classe media, questo è la classe media, un cuscinetto per disinnescare i conflitti e il ceto medio riflessivo, che della classe media dovrebbe essere la parte riflessiva appunto, è sempre più privo di riflessione oppure è un minoritario flatus vocis senza massa critica e sostrato su cui agire.

La classe media è un proteo che raccoglie una parte numericamente rilevante del mondo cosiddetto sviluppato, muta continuamente forma e ha cominciato a esistere quando ciascuno poteva "scegliere" la propria auto purché fosse del modello T e di colore nero. In definitiva la classe media del mondo occidentale ha assolto l'inconsapevole ma comodo compito di fermare la storia marxianamente intesa (ma la storia preme da molte direzioni e non è appannaggio dell'occidente sviluppato). La classe media prende la forma degli stimoli che la politica gli fornisce e se la politica è ancella dell'economia allora non c'è speranza per la società che non sia quella del massimo profitto per gli individui. Se invece la società riprenderà in mano il timone del proprio sviluppo attraverso una politica all'altezza delle sfide che possono essere affrontate solo collettivamente, perché globali e a lungo termine, allora non tutto è perduto.

Dopo anni di corsa al successo, di competizione come valore guida, dopo la recrudescenza del neoliberismo selvaggio che Thatcher e Reagan hanno inoculato fin dagli anni ottanta bisognerà ripartire dall'alfabetizzazione emotiva e etica prima di quella politica. Bisognerà ricostruire un linguaggio dimenticato, dare l'opportunità alla cooperazione, innescare meccanismi di socializzazione, iniettare nuclei di condensazione che stimolino la partecipazione per progetti sociali che solo successivamente diventeranno attività politica in senso stretto. Bisognerà risvegliare energie che sono presenti e che si stanno atrofizzando. Il tessuto sociale risponde a dinamiche di contagio. Se somministri un virus si ammala, se somministri un vaccino sviluppa gli anticorpi.

Lo sviluppo sociale si compone di molte dimensioni, per questo motivo il conflitto per i diritti sociali deve procedere di pari passo con quello dei diritti civili. Ben venga chi mette in guardia dall'uso strumentale dei diritti ma attenzione a tracciare surrettizie opposizioni tra istanze etiche che non fanno altro che alimentare conflitti in cui le lotte sociali e civili si smorzano a vicenda. Una conclusione non auspicabile che sembra fomentata da un paio di articoli di Diego Fusaro (questo e questo), il quale, a differenza di Prospero, non merita alcuna attenzione che non sia dettata dallo spirito polemico che è in grado di solleticare con maggiore competenza di quanta ne abbia per sollevare lo spirito critico.

La storia ha mostrato che non è possibile sussumere le dinamiche sociali nel conflitto sociale interclasse ignorando il conflitto intraclasse. Se i diritti sociali del conflitto capitale-lavoro rappresentano il portato di una dialettica tra classi, i diritti civili della parità razziale, di genere e orientamento sessuale rappresentano il portato di una dialettica interna alla classe che la critica di sinistra ha spesso sottovalutato. Tenere separate le due istanze significa fare una graduatoria dei diritti, significa violarne l'indivisibilità. Se i diritti sociali stanno alla base dell'emancipazione che prelude alla conquista dei diritti civili allora la storia, maestra di prassi, non dovrebbe essere avara di esempi ma non è così. Nel tempo delle grandi conquiste sociali le conquiste civili, sebbene non assenti, non sono andate di pari passo, per tacere delle tematiche ambientali che erano praticamente assenti sia per il loro valore in sé sia per tutti i possibili legami con gli stessi diritti dei lavoratori, primo tra tutti quello alla salute. Il movimento femminista denuncia una cultura patriarcale che non accennava a essere scalfita dalle conquiste emergenti dal conflitto tra lavoro e capitale. Il movimento per la parità razziale rivendicava diritti che non erano riconducibili al solo mondo del lavoro, lo stesso dicasi dei movimenti per il riconoscimento dei diritti omosessuali. La prassi che pone il prius dei diritti sociali non si smentisce se i diritti si muovono insieme e non può essere altrimenti perché per i diritti vale la locuzione latina simul stabunt, simul cadent. A tal proposito torna in mente un bell'episodio della recente storia inglese raccontato in un bel film di un anno fa in cui diritti sociali e civili si incontrano in una battaglia comune perché comune è l'esigenza di lottare "non solo per quello che sei, ma per quello che fai", come scrisse Dario Accolla.

E' purtroppo evidente che la richiesta, storicamente cogente, di riconoscimento dei diritti civili subisce un uso strumentale da parte di una sedicente sinistra per sviare l'attenzione dai diritti sociali ormai smobilitati ma l'avvertimento di tale uso strumentale non deve fomentare un conflitto tra diritti che è deleterio alla stessa emancipazione sociale. Serve alleanza tra soggetti che chiedono riconoscimento, non conflitto. Serve che le richieste pur soddisfatte di diritti civili (almeno in paesi dove il Vaticano non è così amorevolmente vicino come in Italia!) non si ritengano totalmente soddisfatte se vengono trascurate le istanze sociali. E' solo così che il ceto medio cesserebbe di essere un cuscinetto anti conflitto al servizio delle classi dominanti per riprendersi la coscienza e la dignità della propria emancipazione. Gioire per un diritto ignorandone un altro è gioire a metà, che è come essere tristi a metà. Se c'è un'accusa che muovo alla classe media, di cui stando alle statistiche faccio parte, è proprio questa: aver consentito che i diritti venissero divisi, averne fatto una inconsapevole graduatoria e per questo restare facile preda dell'uso strumentale dei diritti.

Alla base dell'emancipazione sociale c'è la soluzione del conflitto tra lavoro e capitale, tuttavia tale conflitto non esaurisce tutte le istanze di riconoscimento (Honneth), non quelle provenienti da una struttura sociale e morale che non si esprime in termini di dialettica tra lavoro e capitale. Non tutta la dialettica tra servo e padrone è sussumibile in quella tra lavoro e capitale, poiché il plusvalore in gioco nelle relazioni sociali non è sempre quantificabile nell'equivalente generale della merce e del denaro. C'è un "plusvalore" morale che la dialettica tra capitale e lavoro ignora. Ancora una volta, serve alleanza tra conflitti, non conflitti tra conflitti.

Bisogna entrare nel dedalo della classe media che si infiltra negli spazi sociali più diversi e neutralizza dialettica e conflitti, omogeneizzando gli spazi. Bisogna comporre i conflitti disseminati in una classe metastatizzata per neutralizzare il corpo sociale. Oggi la classe media è operaia, contadina, professionista, laureata, precaria, diplomata, pensionata, ecc. La classe media ha reso difficile leggere la composizione sociale, impossibile leggerne il conflitto di classe che pure continua a esistere. Oggi dovremmo parlare di conflitti di classe, al plurale. Compito del pensiero di emancipazione (se non vogliamo usare il termine sinistra) è connettere i conflitti, non dividerli. Il vero elemento di distrazione dai conflitti di classe è il conflitto tra conflitti. I diritti sono il solo collante che possa ricucire i diversi conflitti sociali, le diverse domande di riconoscimento. Per questo sono indivisibili. Senza diritti saremo illusoriamente uniti solo dalla paura verso chi minaccia la nostra apparente serenità.

Classe popolare è diventato un vezzeggiativo con cui la classe media adora farsi coccolare soprattutto da destra (anche quella mascherata da sinistra) che ha capito che la classe media è diventata classe popolare. In realtà nessuno sembra sapere di cosa stia parlando e la sinistra, per evitare figure imbarazzanti, tace! In questo silenzio emergono politici a mezzo servizio, rivoluzionari digitali e strateghi da anonima bocciofili. Forse con la crisi ambientale e le crisi economiche che diventeranno sempre più frequenti si potrà ricomporre la classe lavoratrice nebulizzata (alienata!) nella divisione dei compiti, perché la cosiddetta classe media retrocede di livello man mano che la ricchezza si concentra sempre più in alto, man mano che le promesse della democrazia diventano sempre più lontani miraggi. Chissà se basterà un progetto comune, un obiettivo da perseguire perché la classe media possa essere distratta dai fantastici sconti che a fine stagione i supermercati offriranno a quanti faranno una spesa minima. La rapida dissoluzione dei recenti movimenti con percentuali sempre più elevate di indignati (addirittura il 99%!) ha lasciato movimenti significativi ma con percentuali più modeste. La palingenesi è lontana ma da qualche parte bisogna iniziare.

6 commenti:

  1. Post molto denso e che stimola un’infinità di riflessioni, perché tocca diverse questioni e affronta un problema (quello dei diritti) da differenti angolazioni (quella economica, quella politica, quella etica, quella sociale, quella storica, quella individuale, quella culturale ….).
    Da dove inizio? Dal fatto che sono d’accordo con te nell’evitare il conflitto fra i diritti, evitare di pensare che esistano diritti di seria a e quelli di serie B, quelli a costo zero e quelli più impegnativi e onerosi sul piano delle riforme e che andrebbero inevitabilmente a toccare equilibri economici e di potere costituiti.
    Mi sono fatto l’idea che la cosiddetta modernità sia stata una lunga e durissima lotta fra una concezione etica dei rapporti sociali e una concezione economica, fra gruppi che fondano la loro convivenza e il rapporto con altri gruppi esterni basandosi su dei valori che presumono eterni e universali (religiosi o laici che siano), e gruppi che fondano la loro convivenza e il rapporto con gli altri sulla produzione economica e sullo sviluppo della tecnologia.
    Quest’ultimo modello si è imposto definitivamente in Occidente dopo due guerre mondiali vinte da chi era economicamente più forte e tecnologicamente più avanzato, senza alcun riguardo per il livello di civiltà raggiunto, per la qualità e la bontà dei valori in cui si crede, dopo aver dissolto e cooptato lo spirito originario del cristianesimo, dopo aver vinto gli insegnamenti ancestrali di quella grande civiltà che fu la Grecia antica, dove le guerre erano guerre non per il dominio o il possesso o il potere fondamentalmente, ma per affermare la propria supremazia culturale, la loro etica superiore, in una sola parola la loro areté.
    Stranamente, l’ultimo baluardo agli stati sorretti dalle regole del modello economico imperante, legato al calcolo o all’interesse, è stato proprio il comunismo, un comunismo che paradossalmente era più vicino agli insegnamenti cristiani (nonostante Marx fosse ebreo) di quanto non lo fossero ormai da tempo non soltanto le gerarchie vaticane, ma anche la stragrande maggioranza dei fedeli, che si professa cristiana e poi è preoccupata dal fenomeno dell’immigrazione e non prova non dico la pietas cristiana, né pretendo l’ama il prossimo tuo, ma alcuna solidarietà con i rifugiati.
    Contro il pericolo comunista si erano alleati tutti, cattolici, liberali, repubblicani, monarchici, tanto da allevare, coccolare e tollerare persino il fascismo, il nazismo e il franchismo (oltre, successivamente alle diverse sanguinose dittature impiantatesi in America Latina e in Africa).
    Ma non voglio fare il panegirico del comunismo, che si è estinto più per demeriti propri che per l’abilità dei suoi nemici, si è estinto perché ha scelto la via utopica o la via ideologica quando non proprio la via del terrore, dell’eliminazione dei propri nemici interni (che era più accanita della lotta contro gli avversari).
    Voglio solo dire che il comunismo, almeno nelle intenzioni di Marx e di Engels era soprattutto un sistema etico applicato all’economia e ai rapporti sociali, partiva da alcuni valori per costruire un’economia umana con essi coerente, e questo lo credo nonostante lo stesso Marx al contrario faccia derivare i valori dai concreti rapporti economici, come sovrastrutture che servono da giustificazione e da puntello alle concrete strutture economiche in cui si fonda una Nazione.
    Forse, questo misconoscere che alla base della struttura economica comunista vi fossero dei valori e dei principi, questo considerare i valori e i principi come fenomeni tutto sommato secondari e derivati, è stato il vulnus del comunismo; la sottovalutazione dell’importanza di questi di base ha impedito di identificarli, di comprenderne l’importanza, di scoprire la loro valenza utopica o ideologica e di trasformarli magari in qualcosa di più concreto e flessibile per regolare i rapporti interni dell’URSS, quelli esterni e di potersi relazionare al cambiamento e al tempo senza considerarli degli ostacoli ma delle opportunità da cogliere.
    (segue)

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  2. Naturalmente, non solo la politica, i rapporti sociali e la cultura, hanno subito delle modifiche dettate dal modello economico che si è ormai imposto, ma anche i valori e i diritti sociali che vi si ispirano, hanno dovuto subire le medesime modifiche.
    Nessuno chiede più libertà, rispetto, uguaglianza, …, senza che queste cose si traducano immediatamente e senza che ce ne rendiamo conto, in modifiche al proprio status economico e al proprio potere esercitato: ogni diritto si trasforma in un contratto, con clausole, numeri e cifre, trasformando così il diritto di essere ed essere così come sei in una posizione economica e di potere superiore a quella che avevi.
    Non dico che sia sbagliato lottare per stare meglio economicamente o per avere più potere e più influenza, ma che il principio che rivendichiamo spesso (anzi, quasi mai) non si esaurisce nei termini di denaro e di potere; così come gli eredi che lottano ferocemente per accaparrarsi parti più consistenti dell’eredità, spesso non si rendono conto che in realtà stanno cercando di rivendicare un affetto che presumono di non aver mai avuto, che ritengono sarebbe spettato loro e che adesso che la persona cara è morta, ci si può appropriare solo dei suoi averi, come nei Vangeli si sottolinea con crudezza che i legionari giocarono a dadi la tunica di Cristo.
    Sono cambiati i rapporti fra le persone, la concezione di valore di ciascuno di noi, siamo nel pieno rigoglio economico e di potere quando siamo nel pieno delle nostre capacità produttive, consideriamo i vecchi, i bambini, gli ammalati cronici, i pazzi, i disabili, i disoccupati, …, come persone in qualche modo dimezzate (poi potremmo avere vari livelli di stima riguardo a ciascuna di queste categorie, ma fondamentalmente il modello dominante è la persona adulta che è al massimo della sua produzione e al massimo dei suoi consumi).
    L’eugenetica, l’ Ausmerzen e la soluzione finale dei nazisti era soltanto il portare questo discorso alle estreme conseguenze, essere estremamente coerente con i propri principi, per questo il nazismo ebbe inizialmente molte simpatie fra gli intellettuali e la classe media europea, cresciuta con queste idee, solo quando il nazismo li mise di fronte all’orrore che stava nel fondo delle loro idee, si ritrassero inorriditi e presero le distanze dal nazismo, ma non dalle loro idee.
    Sono cambiati anche i rapporti fra i sessi, la donna si è evoluta, si è emancipata, ha acquisito diritti e libertà che prima non possedeva, adesso il cristianesimo le ha dato un’anima e la politica il diritto al voto; pensare che tutto questo sia dovuto ad un maggior rispetto e ad una maggiore sensibilità verso le donne è tuttavia ingenuo, il fatto è che le donne hanno raddoppiato i consumi (qualcuno dice “moltiplicato”) e questo essere anch’esse consumatrici si guadagna un rispetto tutto particolare in una società basata sulla produzione e sul consumo continuo, soprattutto di beni superflui.
    I diritti delle minoranze possono trovare ascolto solo se sanno suscitare l’attenzione della maggioranza che contribuisce ai consumi o a confermare il potere di singoli, di gruppi e di interessi costituiti (in Irlanda vince il si ai matrimoni gay fondamentalmente perché i promotori sono stati così abili da evitare di porre il problema come un riconoscimento di un diritto ad una minoranza, ma come il riconoscimento del diritto di ciascuno ad autodeterminarsi e ad avere la libertà di scelta).
    E più siamo determinati da un’economia e da una forma di potere che riducono tutto in cifre, più vogliamo paradossalmente sentirci liberi di decidere della nostra vita, anche se poi esercitiamo la nostra libertà nel decidere se è migliore il parmigiano reggiano o il grana padano.
    (segue)

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  3. Siamo immersi in un unico bicchiere, possiamo ridere vedendo gli altri annaspare, pochi di noi hanno consapevolezza di stare annaspando anche loro, ma quasi nessuno si solleva al di sopra del bicchiere a vedere ciò che è ormai una condizione comune.
    Non si tratta di capacità intellettive che ci impedirebbero di farlo, non ci solleviamo dal bicchiere perché in fondo ci da sicurezza; nonostante le incertezze della vita, nonostante i capovolgimenti del destino, nonostante ci assalgano paure incontrollate sul presente e sull’avvenire, ci da sicurezza vedere le forme di parmigiano e i prosciutti appesi nei supermercati, ogni ben di dio esposto ovunque come simbolo di abbondanza, sappiamo con certezza che se anche dovessimo attraversare la crisi iù profonda, questo modello economico ci garantisce che non moriremo mai di fame, non dovremo emigrare su dei barconi in mano agli scafisti, non rischieremo la vita della nostra famiglia e la nostra su un rottame galleggiante nel Mediterraneo o stipati nel baule di un tir con poca aria a disposizione.
    Anche il razzismo, l’invocata differenza (e diffidenza) culturale a spiegazione dei fenomeni di rivolta contro l’arrivo di migranti sulle nostre terre, il successo di partiti che cavalcano il disagio anche se non offrono soluzioni realistiche e umane al problema, non è un problema ideologico come era il razzismo arcaico, non si fondava su presunte differenze razziali, fenotipiche o culturali, si basa più concretamente su differenze di potere economico: è una guerra fra ricchi e poveri o, meglio, fra poveri che si sentono incalzati da vicino da altri poveri e che temono di perdere quel poco che hanno solo per essere nati qui e non altrove.
    D’altronde il peso concreto e quello emotivo della migrazione viene assorbito soprattutto dai poveri dell’occidente, perché i migranti vengono stivati in quartieri poveri, a stretto contatto con i poveri del luogo che si sentono emotivamente associati ai nuovi poveri, che vorrebbero distinguersi per non sentirsi gli ultimi, e temono di perdere quelle poche briciole di benessere che il mondo occidentale molto munificamente elargisce anche per loro ruolo che una volta era ricoperto dalla chiesa cattolica, che adesso non riesce nemmeno ad aprire la parrocchie all’accoglienza e all’aiuto di questa gente).
    (segue)

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  4. La classe media è un calderone sempre più ampio, perché ha perso definitivamente sia i suoi confini identitari di classe che possiede certi valori, poi ha perso anche i caratteri definitori di classe che sostiene il potere costituito ergendosi a baluardo contro un pericolo maggiore, senza possedere più valori in comune se non fittizi e che non obbligano a niente (mi riferisco a quella classe media che nei decenni passati si compattava a votare DC e partiti satelliti, contro il pericolo comunista, facendo riferimento ad un cattolicesimo di facciata, un cattolicesimo che non pretende più niente da te, non ti obbliga a niente, non ha intenti pedagogici, non devi far niente di particolare per dirti cattolico, non hai nemmeno l’obbligo di frequenza, se non due o tre cosette facili facili, sposarti in chiesa, battezzare i tuoi figli e pagare l’8 per mille alla chiesa cattolica).
    Ora la classe media non è delimitata né da valori, né da persone economicamente equiparabili, ma continua ad esistere prendendo i suoi confini e la sua ragione di esistere dal presunto pericolo eterno, compattandosi contro l’invasione dell’immigrato, del pericolo clandestino, dell’attentato terroristico e dell’occupazione militare da parte delle truppe del califfato, che ambiscono abbeverare i loro cammelli nelle nostre vasche Jacuzzi, così come un tempo si temevano le orde di cosacchi del Don.
    Naturalmente, se viene il califfo in persona, imbottito di petroldollari, gli apriamo tutte le porte, Bin Laden aveva accesso a tutti i salotti della buona società occidentale, prima che facesse esplodere due aerei sulle torri gemelle, Mu’ammar Gheddafi fu accolto da Berlusconi a Villa Pamphili, addobbata per l’occasione secondo i gusti e le esigenze del leader libico, le migliori ville e le migliori suites dei più prestigiosi alberghi occidentali si aprono al tintinnio delle monete medio-orientali e al gorgoglio dell’oro nero, ma vogliamo chiudere le frontiere ai rifugiati, ai poveracci che scappano ma malattie, da povertà e da guerre che noi stessi abbiamo suscitato destabilizzando tutto il Medio Oriente, il Nord Africa e l’est Europa.
    Ti auguro una buona giornata.

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  5. Andrebbe riscoperto il Marx umanistico, quello dei manoscritti del 1844, che da ragione a quanto sostieni sull'etica del suo pensiero. Il discorso economicistico della teoria marxiana è stato criticato da Honneth, uno degli eredi della scuola di Francoforte. Honneth vede nella lotta per il riconoscimento il motore dei conflitti sociali piuttosto che nel paradigma distributivo tipicamente marxiano. Quello che è certo è che Marx scriveva e pensava in un periodo in cui le classi subordinate lo erano principalmente perché povere e sfruttate economicamente e tale sfruttamento impediva che ognuno potesse dedicarsi a quanto di più umano lo contraddistingue(rebbe)... Marx era ottimista riguardo la natura umana e trattava in termini oggettivi le qualità umane trascurando quell'universo magmatico delle differenze intersoggettive. Come dici tu, aver trascurato l'individuo ha rappresentato una falla enorme nel pensiero di Marx.
    Ad ogni modo l'affrancamento dello sfruttato dallo sfruttatore resta un discorso valido e attuale e periodicamente il pensiero di Marx viene ripreso da improbabili pulpiti. Indipendentemente dal pensiero di Marx non so se l'impianto economicistico sia stato il vulnus del comunismo, sono troppe le differenze tra questo, così come è stato realizzato, e quanto prospettato da Marx. La dialettica del materialismo storico è stata sostituita dal partito di Lenin. La rivoluzione si è verificata in Russia, dove Marx aveva pensato non ci fossero le condizioni sufficienti. La vedeva realizzabile negli Stati Uniti e in Inghilterra, dove c'era una borghesia matura e non una società contadina che aveva bisogno di prendere coscienza delle proprie rivendicazioni. Discorso troppo lungo e poi la storia ha sempre fatto le bizze, in barba a ogni determinismo.

    I diversi diritti sono sempre intrecciati, ancor prima che vengano formalizzati, lettura pericolosamente giusnaturalista se vuoi ma con la quale tocca fare i conti. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, recita l'art. 2 della Costituzione, quel riconosce non è un caso, allude ai diritti umani che preesistono alla loro formalizzazione. Non si possono scindere i diritti, è un discorso pericoloso, prima ancora che ambiguo. L'articolo di Prospero è molto importante e non vorrei emergesse un disaccordo che non c'è. Prospero elenca in maniera chiara gli elementi dell’analfabetismo di sinistra: “crisi del comunismo”, “suggestioni post-materialistiche”, “rimozione di ogni preoccupazione critica”, “spegnimento di ogni obiettivo di eguaglianza”, ecc. Ho trovato preoccupante trovare nell’elenco anche “i cataloghi dei diritti e dei valori”, preoccupante perché materia delicata che merita un approfondimento che lo spazio di un articolo non consente. Resta valido il discorso di Prosperto sul corteggiamento della chimerica classe media con l’obiettivo di depotenziare il conflitto sociale. E' inutile dire che in questi termini l'accordo con Prospero è totale.

    Riguardo alla traduzione dei sistemi di valori nell'unico equivalente generale, citando ancora Marx, sarei tentato di dire che anche questo è il risultato della ipersemplificazione attuale ma non è così. Per quanto tale semplificazione abbia raggiunto livelli patologici (praticamente un autismo diffuso aiutato dalla tecnologia che ci rende "facile" la vita), la concezione di valore di ciascuno di noi è sempre stata pericolosamente associata all'equivalente generale, fin dall'antichità. Deve esserci qualcosa che non va nella specie sapiens, magari l'enorme distanza tra ciò che siamo e ciò che sosteniamo (e speriamo) di essere. E' uno degli inconvenienti della neocorteccia che ha dato origine alla nona di Beethoven e a Auschwitz.
    (segue)

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  6. Questa faccenda che le associazioni dei consumatori abbiano oggi il vessillo della difesa dei diritti mi risulta indigesta, siamo passati da una società di produttori/trasformatori a una di consumatori che, oltre a essere espressione di una mutazione antropologica, è una terribile metafora del nostro destino. Io penso che la libertà vada cercata in quegli spazi intangibili dal mercato, in quegli spazi che la politica, lo stesso diritto devono limitarsi a riconoscere. I diritti delle minoranze vanno conquistati per ragioni di giustizia, non altro. Il mercato è onnipervasivo e passa anche attraverso lo strumento con cui ci stiamo scambiando queste osservazioni ma bisogna conoscere la differenza tra connessione e relazione per capire che una società perennemente connessa non è garanzia né di libertà né di relazionalità. A me quella differenza è ben nota, temo si stia dimenticando.

    E' vero che "il peso concreto e quello emotivo della migrazione viene assorbito soprattutto dai poveri dell’occidente", è esattamente la guerra tra poveri che risulta dalle politiche di progressiva (!) concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e del continuo invocare "valori" di efficienza, merito e altre minchiate. Il problema è cascare in questa trappola, farsi disumanizzare per diventare strumento di una minoranza altolocata che detta l'agenda politica e sociale. In questa trappola si dibatte da sempre senza accorgersene la fantomatica classe media che nel frattempo diventa sempre più povera. Chissà, magari con un ulteriore impoverimento riparte il circolo della storia. Nel frattempo anziché essere artefici della storia la subiamo, anche in seguito alla “sicurezza” di cui abbiamo goduto vedendo supermarket colmi di prosciutti, luci sempre accese a festa, mentre pompavamo la nostra entropia nel resto del mondo che adesso sta presentando il conto.
    Questo essere strumento di conflitto tra poveri che non riesco a perdonare alla classe media dell’occidente. Questa autocritica dovrebbe fare, senza invocare autoassoluzioni e espiazioni una tantum. Ha ragione Prospero quando parla di una agenda politica che è stata modulata sulle esigenze valoriali di un ceto medio riflessivo (quanto riflessivo è altro discorso), ma se questa classe media si è dotata di una politica che la blandisce con i lecca lecca, quanto può criticare i politici che si circondano di yes man perché ignorano conflitto e dialettica e non saprebbero fare un discorso compiuto se non fossero assistiti da giornalisti dementi e ammansiti?
    Buon fine settimana a te.

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