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domenica 26 marzo 2017

Note(4)

Povero Dio, ti hanno fatto maschio perché conoscessi tutto. L'onniscienza era necessaria per non sentire le sofferenze del mondo. Un mondo che hai generato da maschio, perché fossi stato femmina l’avresti partorito e nella memoria del dolore delle tue carni ne avresti sentito i lamenti. Avresti sofferto ad avere te stesso al centro del tuo pensiero e avresti maledetto te stessa della necessità di esistere. Da poco hai cominciato a sentire quei lamenti e il dolore ti sta dilaniando.
Povero Dio, ti hanno forgiato alibi di debolezze e sostegno di deliri di potenza. Non ti hanno creato solo per amore. Per troppo tempo la gloria ti è bastata per compensare le fatiche di sei giorni e ora che vai elemosinando amore come un mendicante qualsiasi nessuno ti vede. Uomini piccoli ti hanno creato piccolo, non puoi uscire da te stesso perché un Dio non ha altro che sé stesso ma forse una Dea sta soffrendo per te e per le tue creature.

lunedì 20 marzo 2017

Note

Su un muro di Firenze.
Anonimo, foto di marzo 2017
A Faber che ascolta.

Al centro della nostra vita sensoriale c'è la vista, questo sembrerebbe un fatto fisiologico ed evolutivo ma è anche e soprattutto un fatto culturale. Usiamo termini che si richiamano all'esperienza visiva per esprimere apprezzamento e valore o biasimo e incertezza. Un'idea chiarissima, un discorso limpido, l'evidenza dei fatti, un pensiero splendido, un percorso cristallino, una specchiata fama, un lucente avvenire, così come all'altro estremo usiamo una storia oscura, un periodo buio, una versione opaca dei fatti, un racconto poco chiaro, ecc.
Perché mettere in discussione questa supposta centralità dell'esperienza visiva rispetto agli altri sensi? Per sublimare una percezione alterata che rende insistente l'esperienza sensoriale attraverso sensi diversi dalla vista? Per utilizzare a fini performativi e artistici una patologia? Per focalizzare l'attenzione sulle esperienze sensoriali che abbiamo con organi diversi da quelli che riteniamo primari? No. Ognuna di queste spiegazioni è riduttiva, parziale, limitata e in fin dei conti errata.
Perché l'iperacusia o l'acufene dovrebbero condurre un artista a sviluppare e coltivare l'ascolto come principale esperienza sensoriale? Davvero è possibile pensare si tratti soltanto di un mirabile esempio di autoterapia?
Per un artista nato nel Salento non si può tentare una risposta a queste domande senza passare attraverso la lingua che ha avvolto l'artista già prima della sua nascita. Non si può prescindere dal dialetto salentino (di Melissano in particolare) e da una delle sue peculiarità per esprimere le esperienze sensoriali. Se il tatto, l'olfatto, la vista e il gusto hanno i loro corrispettivi verbi specifici (tocca, ndora, viti, custa), l'udito transita attraverso il grande fiume del sentire (senti). Nel mio dialetto non esiste ascoltare, l'equivalente di questo verbo è sintire che significa ascoltare ma esprime anche l'esperienza di qualunque altro senso così come ogni altra esperienza che coinvolga i sentimenti a qualunque livello: dolore, gioia, memoria, speranza. Ecco che sentire non è soltanto ascoltare bensì esperienza estetica totale, che coinvolge tutti i sensi e ogni livello emotivo. La cosa è rafforzata dal fatto che sentire veicola le percezioni di altri sensi come accade in italiano: senti ci ndoru (senti che profumo), senti u sapore (senti il sapore), senti comu è raspusu (senti come è ruvido). L'ambivalenza di sentire/ascoltare e sentire/provare una sensazione fa dell'ascolto un'esperienza sensoriale privilegiata. Solo attraverso questo filtro linguistico è comprensibile la necessità di fare dell'ascolto un'esperienza totale.
Ma c'è un altro livello interpretativo da considerare. Se le aggettivazioni che gravitano intorno alla vista rinviano alla ragione delle "idee chiare e distinte", l'ascolto (u sintire) chiama in causa i sentimenti. Si scorge un ulteriore elemento del discorso in cui i diversi sensi diventano metafora di differenti approcci verso l'esperienza, da un lato l'approccio razionale del vedere, dall'altro l'approccio sentimentale del sentire. Da qui si intuisce che il suggerimento latente di una performance dell'ascolto non è quello di una autoterapia per una forma patologica soggettiva, bensì quello di una terapia per una forma patologica sociale che ponendo al centro un'esperienza sensoriale/razionale perde di vista, è il caso di dire, ogni altra esperienza.

lunedì 13 marzo 2017

Note(3)

La confusione tra naturalismo metodologico e naturalismo filosofico è indice del delirio di onnipotenza scientifico originato da quell’innocente e disperato bisogno di inscrivere la complessità degli eventi in un orizzonte di prevedibilità. Arduo capire se questo rappresenta l’infanzia o la senilità della scienza, più facile sospettare qualcosa sullo scienziato che cade in simili malintesi. Giustamente i filosofi redarguiscono gli scienziati per questi errori e, in effetti, farebbe un gran bene avere maggiormente presente la cosiddetta fallacia naturalistica che David Hume ravvisò nel confondere essere e dover essere. Ma poiché errare è umano, anche la filosofia non rinuncia al privilegio.
Maurizio Ferraris[1] in un bellissimo libro di qualche tempo fa dedicato all’ontologia del telefonino, attribuisce alla filosofia di Kant la confusione tra ontologia ed epistemologia, ossia tra l’essere e gli strumenti della conoscenza dell’essere. Questo peccato originale, che trae origine dal soggettivismo di Cartesio, si estenderebbe, attraverso Nietzsche e Heidegger, fino alla filosofia di Gadamer e Foucault per diventare, in ambito post moderno, la negazione dell’essere. Per la verità il principio della negazione dell’essere è già in Anassimandro quando affermò che “i fattori da cui è la nascita per le cose che sono, sono anche quelli in cui si risolve la loro estinzione, secondo il dovuto, perché pagano l’una all’altra, esse, giusta pena ed ammenda, della loro ingiustizia secondo la disposizione del tempo” (fr. 1)[2]. Da Anassimandro la filosofia ha fatto molta strada e la negazione dell’essere si è molto articolata, quindi oltre alla fallacia naturalistica degli scienziati sarà indispensabile tener d’occhio anche la fallacia ermeneutica dei filosofi che, non meno insidiosa della prima, confonde l’essere e il potrebbe essere, ben celati dietro l’essere e il non essere ancora. Sul fronte realista non mancheranno filosofi dotati di idonei strumenti interpretativi per evitare la confusione tra ontologia ed epistemologia che l’ermeneutica riserva!


[1] Maurizio Ferraris, Dove sei? Ontologia del telefonino. Bompiani, 2005. pp. 193-204.
[2] Alessandro Lami, a cura di, I presocratici. Testimonianze e frammenti e frammenti da Talete a Empedocle. Rizzoli, 1991. p. 129.

martedì 7 marzo 2017

Note sull'8 marzo

Il mio contributo per la giornata dell'8 marzo dedicata alle donne è tutto in questo grafico e nelle foto che seguono.
La Onlus che insieme a due amiche ho messo in piedi per sostenere la scuola di Hands of Love a Nairobi organizza eventi per raccogliere fondi. Il prossimo evento è una visita il 1° aprile alla cappella del Sancta Sanctorum nel complesso della Scala Santa a Roma (dettagli per eventuali sottoscrizioni in questo sito).
Il grafico che vedete è il riepilogo delle visite che il prossimo evento ha ricevuto in facebook, potremmo considerarlo un indicatore dell'interesse per questo tipo di iniziative. Nel grafico sono riportate le visite per sesso e fascia di età che il sito ha ricevuto fino a oggi. In tutte le fasce d'età le donne manifestano più interesse rispetto agli uomini.

Clicca sull'immagine per ingrandire

***

Il 21 gennaio scorso, in occasione dell'inizio dell'anno scolastico di Hands of Love, si è tenuto nella scuola un incontro con le famiglie per discutere delle aspettative, di come organizzare i corsi e le attività della scuola. Quello che segue è la lettera e le foto che Terry Little, il fondatore di Hands of Love, ha inviato per l'occasione. Sami è il direttore della scuola.

"Ecco alcune foto del nostro incontro di ieri (21/01/2017) con i genitori della classe baby. Faremo un incontro con i genitori di ogni classe ogni settimana. C'erano 24 delle 30 famiglie rappresentate (22 madri e 2 padri). L'obiettivo era quello di condividere le aspettative - quello che ci aspettiamo da parte dei genitori e che cosa si aspettano da HoL. Sami sta preparando un piccolo resoconto della riunione, ma ho voluto inviare qualche foto nel frattempo."





Questo avevo da dire. Aggiungo solo che quella minoranza di uomini presenti in questo post mi fa sperare in un futuro migliore.

lunedì 6 marzo 2017

Note(2)

In molti filosofi è subdolamente presente, anche nei meno ‘umanisti’, ma non per questo meno antropocentrici, un rovesciamento della specificità umana nella priorità umana. Se il tema è la specificità umana allora non ci è difficile concepire la specificità anfibia per la rana o la specificità lepidotterica per una farfalla, se il tema è la priorità non c’è bisogno di scomodare secoli di riflessione filosofica, basta la forza.
Lo zoologo Frans de Wall ha affermato che “il posto speciale del genere umano nel cosmo è quello delle rivendicazioni smentite e dei traguardi spostati”[1]. Nella storia del pensiero di paletti per rivendicare l’unicità umana ne sono stati eletti a iosa: la mano, la realizzazione di utensili, il linguaggio, la capacità di provare empatia, il pensiero simbolico e nessuna smentita è mai seriamente servita a mettere in discussione il reputarsi “più che primi e più che principalissimi”, come prevedeva il Copernico di Leopardi[2]. Uno dei paletti più amati da tempo è il linguaggio, che negli umani ha raggiunto livelli di complessità certamente non riscontrabili negli altri organismi; ma se è vero che “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”[3], è vera anche una commovente debolezza nella comprensione dei possessivi.

[1] Frans de Wall, La scimmia che siamo. Garzanti, 2006. p. 234.
[2] G. Leopardi, Operette morali - Il Copernico, Dialogo. Garzanti, 1984, p. 284.
[3] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916. Einaudi, Torino, 1983. Par. 5.6 cit. da Giovanni Fornero, Salvatore Tassinari, Le filosofie del novecento. Bruno Mondadori. Vol 1, p. 796.

domenica 5 marzo 2017

Note(1)

Parliamo dell’umanità investendola delle conquiste nei più svariati ambiti del sapere: vette del pensiero, passeggiate nello spazio, scoperte e invenzioni che rivoluzionano il tempo e quant’altro l’umano agire produca. In questo modo le esperienze fatte da un pugno di individui passano all'intera umanità per una sorta di osmosi intellettuale. Ovviamente non metto in discussione la condivisione delle esperienze umane, al contrario mi chiedo se il tipo di condivisione, limitato alle conquiste del sapere e ignaro di quelle del sentire, sia reale partecipazione del consorzio umano.
Qualcuno sosteneva che l’uomo è molto avanzato nelle sue abilità tecniche a fronte di una arretratezza morale e sinceramente, pur con tutte le conquiste sul terreno dei diritti umani, non credo sia un’osservazione facilmente rovesciabile. Siamo tutti d’accordo sulla nostra natura sociale ma a volte ho la sensazione che questo desiderio di sentirsi parte della comunità umana sia basato su criteri decisamente poco impegnativi. Io posso condividere l’esperienza del sapere apprendendo da un maestro e questo comporterà impegno e dedizione anche per un tempo molto lungo, ma quel tempo sarà comunque limitato se lo confronto con quello che occorrerebbe per condividere l’esperienza del sentire con altri esseri umani che coinciderà sempre con la durata della mia vita senza mai ambire a un punto di stabilità né mai volendolo desiderare.
In questo territorio impervio ci muoviamo nell’ambito della soggettività, e per evitare le aporie scegliamo “la bonaccia della storia”, per usare un’espressione di Foucault, che nell’ondata del falso appagamento ci fa dimenticare quale possa essere il contributo di esistenze così diverse quali siamo risolvendole nell’oggettivazione, poco importa se scientifica o teologica, il crimine commesso è identico.

venerdì 3 marzo 2017

Un viaggio in periferia

Questo è un post breve dettato dall'esigenza di far conoscere ai miei pochi lettori le periferie di Nairobi, i luoghi di Hands of Love, la scuola che sostengo con  Direttamente Onlus.


In questi giorni Diego Stellino si trova presso Slum Child Foundation, una orgazzazione che opera nell'edificio accanto a Hands of Love e che si dedica a cambiare la vita dei bambini nati nelle periferie di Nairobi.

Diego ha aperto un blog per raccontare il suo viaggio e la sua attività: https://myslumxp.wordpress.com/

Nei suoi post potete leggere e vedere frammenti di vita delle periferie di Nairobi, degli "slum" e dei bambini che lì crescono.

Grazie a chiunque vivrà questa esperienza attraverso i suoi occhi e le sue parole. Grazie a chiunque sentirà vicine quelle periferie.
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