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sabato 26 febbraio 2011

Il grande esodo

«Vattene dal tuo paese, dalla tua patria
e dalla casa di tuo padre,
verso il paese che io ti indicherò.
» Genesi, 12,1.

«Perché i confini sono tracciati sulle carte ma sulla terra, come Dio la fece, per quanto si percorrano i mari, per quanto si cerchi, si frughi lungo il corso dei fiumi e sul crinale delle montagne, non ci sono confini su questa terra.» In Il Cammino della speranza, Pietro Germi, 1950.

***

Il più grande esodo migratorio della storia moderna è stato quello degli Italiani.

Qualche giorno fa ho visitato il MEI, il Museo dell'Emigrazione Italiana al Vittoriano. Mi è capitato spesso di passare accanto al Vittoriano, sul lato del Campidoglio, e di vedere l'ingresso al museo ma ho sempre rimandato quella visita.

I numeri dell'emigrazione italiana sono impressionanti, quando si parla di esodo biblico non ci rendiamo conto di quello che diciamo eppure l'esodo è la nostra storia.
Dal 1861 fino al 1985 più di 29 milioni di italiani sono emigrati ma le cifre più sicure si hanno a partire dal 1876, anno in cui si iniziarono a rilevare con regolarità le partenze degli italiani. Da quella data fino al 1985 sono più di 27 milioni gli italiani che hanno lasciato il proprio paese per andare a "cercare fortuna" altrove.

Dal 1876 al 1915 più di 14 milioni di italiani lasciarono l'Italia a fronte di 2,5 milioni di rientri. Nel giro di 30 anni emigrò quasi metà della popolazione italiana che nel 1900 contava circa 33,5 milioni di abitanti.

Gli emigranti disertano il processo di formazione nazionale e mettono in pericolo la nazione, questa era la prima reazione delle istituzioni di fronte all'esodo di massa dell'Italia post unitaria, esodo dettato dalla povertà e dalle condizione di vita insostenibili - “o rubare o emigrare” era la risposta secca che mons. Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, riceveva negli ultimi anni dell'800 dai contadini che incontrava durante le sue visite pastorali.

L'esodo è tale che vengono approvati provvedimenti per impedire l'emigrazione. In questo modo si accontentano i proprietari terrieri che chiedono misure restrittive contro la fuga dai campi. Se tutti vanno via chi coltiverà i loro latifondi?
«[...] Guardateci in viso, signor barone, le nostre facce pallide e ingiallite, le nostre guance infossate, non vi accusano esse, con la loro muta eloquenza, l’improba fatica e l’assoluta deficienza di nutrimento? La nostra vita tanto è amara che poco più è morte. Coltiviamo il frumento e non sappiamo cosa sia il pane bianco. Coltiviamo viti e non beviamo vino. Alleviamo bestiame e non mangiamo mai carne..» Questo scrissero - naturalmente nel loro dialetto e scritto dai pochi che a quell'epoca sapevano scrivere - i contadini lombardi nel 1876 al ministro Nicotera, autore di un provvedimento restrittivo all'emigrazione.
I provvedimenti restrittivi non possono fermare quel fiume di gente e, per quanto in maniera frammentaria, il fenomeno dell'emigrazione di massa sarà in qualche modo gestito dalle autorità italiane. Dopo una prima fase di ostilità si cominciano a vedere i vantaggi di questo esodo: rimesse economiche, pacificazione sociale (le partenze come valvola di sfogo) e persino penetrazione in mercati ed aree che prima sembravano irraggiungibili.
Tra il 1876 e il 1900 le partenze interessarono prevalentemente le regioni del Nord, soprattutto  il Veneto, Friuli-Venezia Giulia, il Piemonte e la Lombardia. Dopo il primato migratorio passò alle regioni meridionali come Sicilia, Campania e Calabria.

Stima del numero di emigranti nei periodi 1876-1900 e 1901-1915,
per regione di provenienza. Wikipedia
da Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976. Cser, 1978.

Di questo imponente esodo umano 7,6 milioni vanno nelle Americhe (Argentina, Brasile, Stati Uniti, Canada), 6,1 milioni emigrano in Europa (Francia, Belgio, Germania, Svizzera). Altre destinazioni saranno l'Australia e altri paesi.

Agli inizi del '900 la folla di migranti nei porti suscita pietà nei residenti delle città, ma più spesso il sentimento che quella folla suscita è paura. L'America è il sogno e i migranti aspettano nei porti per essere imbarcati sui “vascelli della morte” per raggiungere quel sogno. I vascelli spesso non potevano contenere più di 700 persone, ma ne caricavano più di 1.000, e partivano, senza la certezza di arrivare a destinazione. Saranno in molti a morire in quei viaggi verso il sogno.

Angelo Tommasi, Gli emigranti, 1885.
Le condizioni di viaggio sono terribili, è facile contrarre una malattia se devi stare stipato per diversi mesi in mezzo al mare insieme ad altra gente senza troppo spazio per muoversi. Non mancano i decessi. Tra i casi più clamorosi di “vascelli fantasma” con decine di morti durante la traversata, il “Matteo Brazzo”, nel 1884, in un viaggio di tre mesi con 1.333 passeggeri ha avuto 20 morti di colera ed è stato respinto a cannonate a Montevideo; il “Carlo Raggio” in un viaggio del 18.12.1888 con 1.851 emigranti ha avuto 18 vittime per fame e in un altro viaggio, del 1894, 206 morti di cui 141 per colera e morbillo; il “Cachar” che partito per il Brasile il 28.12.1888 con 2.000 emigranti ha avuto 34 vittime per asfissia e altri per fame; il “Frisia” in viaggio per il Brasile il 16.11.1889 ha avuto 27 morti per asfissia e più di 300 ammalati; nello stesso anno sul “Parà” un epidemia di morbillo uccide 34 persone; il “Remo”, partito nel 1893 con 1.500 emigranti, ha avuto 96 morti per colera e difterite e fu respinto dal Brasile; l’“Andrea Doria” nel viaggio del 1894 ha contato 159 morti su 1.317 emigranti; sul “Vincenzo Florio” nello stesso anno i morti sono stati 20 su 1.321 passeggeri. Le navi degli emigranti, per tutto l’Ottocento, non avevano infermerie, ambulatori e farmacie, e tra il 1897 e il 1899, più dell’1% degli arrivati a New York è respinto in Italia perché ridotto in pessimo stato dalle sofferenze del viaggio. (MEI)

La sola ricchezza che gli emigrati portavano nel loro viaggio era la forza delle loro braccia. Nei paesi di destinazione svolgevano i lavori più pesanti, quelli rifiutati dagli altri, come le opere stradali o ferroviarie, il piccolo commercio, attività capaci di garantire un guadagno immediato da spedire alla famiglia rimasta in Italia. E tra quei lavori non potevano mancare quelli più pericolosi come nelle miniere e non mancarono le tragedie, come quelle di Monongah del 1907, la "tragedia dimenticata" di Dawson del 1913, quella di Marcinelle del 1956 e via e via che la memoria fatica a trattenere, come la sciagura di Mattmark del 1965 o la strage di operaie a New York il 25.3.1911, quando un incendio devastò gli ultimi piani di un palazzo che ospitava una camiceria dove lavoravano in condizioni disumane, con le porte sbarrate dall’esterno, 500 donne: delle 146 vittime almeno 39 erano italiane riconosciute "da un anello, da un frammento di scarpa", altre 10 furono considerate ufficialmente disperse. Quella stessa strage che forse ha dato origine alla commemorazione dell'8 marzo.

La storia dell’emigrazione italiana non è e non può essere solo agiografica. Uno degli aspetti più tragici dell’emigrazione è lo sfruttamento dei minori. Tra Ottocento e Novecento i bambini sono venduti a decine di migliaia per 100 lire l’uno a trafficanti che li rivendevano alle miniere americane, ai cantieri svizzeri, alle vetrerie francesi. Come riporta il sito del MEI, solo negli Stati Uniti, a fine Ottocento si calcolavano 80.000 minori italiani appartenenti a quella categoria di girovaghi da cui escono delinquenti e prostitute. Questi bambini cominciavano raccogliendo legna o carbone negli scarichi, vendendo i giornali per strada, portando il lavoro dalla fabbrica a casa, e vivevano più per strada che a casa o a scuola e molti finivano per compiere lavori poco onesti.

Le condizioni di vita degli emigrati italiani nelle grandi città americane sono insostenibili a causa del malsano affollamento di uomini, donne e bambini stipati nella promiscuità e nel disordine.
Questi emigrati, spesso supersfruttati, venivano considerati dalla società ospitante come “indesiderabile people”. La loro segregazione in ghetti veniva giustificata dall’impossibilità del cafone meridionale di inserirsi in un contesto urbano dinamico e innovativo. In questa atmosfera non potevano non svilupparsi comportamenti di ostilità e la criminalità trovava terreno fertile. Le manifestazioni di autodifesa delle comunità etniche degenerarono, a volte, in forme di banditismo urbano o di delinquenza organizzata. Gli italiani diventano nell’immaginario collettivo criminali incalliti, sporchi, ignoranti, facili al coltello, mafiosi, straccioni, capaci solo di lavori pesanti o, al massimo, di vendere noccioline.

La xenofobia produce diversi episodi di violenza contro gli italiani in molti paesi (Algeria, Argentina, Australia e America). Fra gli avvenimenti più gravi si ricordano:
- New Orleans (14.3.1891): 11 italiani sono massacrati da 20 mila manifestanti che avevano assaltato il carcere accusandoli di essere colpevoli dell’omicidio del capo della polizia di New Orleans, omicidio dal quale erano stati assolti. Il linciaggio era stato compiuto con una chiara responsabilità delle autorità locali che, pur essendo a conoscenza del progetto delittuoso e nonostante le richieste di protezione del console italiano, non avevano fatto nulla per impedire l’eccidio.
- Aigues-Mortes (17.8.1893): circa 2.000 operai francesi linciano 11 italiani (secondo il processo farsa che assolse tutti gli imputati; più di 200 secondo la stima di studiosi italiani) accusati di rubare il lavoro dei francesi nelle saline della Camargue, alle foci del Rodano.
- Zurigo (8.8.1896): si devono organizzare treni speciali per portare in salvo gli italiani da una spietata caccia all’uomo da parte di cittadini svizzeri.
- Tallulah (21.7.1899): 3 fratelli e 2 amici siciliani sono assassinati dopo una banale lite perché accusati di essere troppo gentili con i neri. (MEI)

Salvo pensare che l'italiano è sempre e solo buono, santo e lavoratore è inutile dire che tra i diversi milioni di emigrati ve ne furono anche di delinquenti, che negli Stati Uniti trovarono nella mafia la scorciatoia per raggiungere il “sogno americano”. «L’America è diventata la terra promessa dei delinquenti italiani» affermava all’inizio del Novecento il capo della polizia di New York (Richard Nixon nel 1973 rincarerà la dose: «Il guaio è che non se ne trova uno onesto»).

Alla fine della Prima guerra mondiale riprende l'emorragia degli italiani, ma gli Stati Uniti introducono leggi restrittive fin dai primi anni '20 e poi interviene la crisi del 1929 a frenare l'emigrazione. Nonostante le leggi restrittive americane gli espatri dall'Italia fanno registrare cifre spaventose con una media di circa 303.000 l’anno tra il 1921 e il 1925 e in seguito alla crisi del 1929 si riducono a circa 91.600 l’anno. Le restrizioni  americane e la crisi frenano l'emigrazione degli italiani e incanalano i flussi verso nuove mete, principalmente in Europa.

Tra le due guerre partono oltre 4 milioni di italiani a fronte di circa 1,5 milioni di rientri e alla fine del secondo conflitto mondiale l’emigrazione dall’Italia riprende con vigore. Si va via perché non c’è lavoro e il paese è distrutto dalla guerra. Dal 1946 ai primi anni '70 partono circa 7,5 milioni di italiani, ne rientrano circa 4,5 milioni ma già dal 1973 i rientri superano annualmente le partenze.

Numero di partenze e di rientri dal 1876 al 1985.
I dati dei rimpatri sono disponibili solo dal 1901.

Andamento delle partenze e dei rientri dal 1876 al 1985.
I dati dei rimpatri sono disponibili solo dal 1901.

Gente in fuga dalla miseria, un popolo di oltre 27 milioni di anime in poco più di un secolo a partire dal 1876 (oltre 29 milioni se consideriamo il 1861 come anno di inizio dell'esodo), un fiume in piena di quasi 250.000 persone all'anno, con picchi che raggiungono, e spesso superano, i 650.000 emigranti all'anno. Non tutti potevano preoccuparsi di partire regolarmente. La clandestinità è stata per gli emigranti italiani una condizione antica, sono almeno 4 milioni quelli che sono partiti senza documenti dopo il 1876 e considerando che la clandestinità mal si presta a statistiche affidabili è ragionevole pensare che sia una sottostima.
L’emigrazione clandestina attraverso le Alpi verso la Francia era un percorso seguito dagli emigrati italiani, non solo piemontesi, ma anche siciliani, come narra Il cammino della speranza di Pietro Germi del 1950.



Nel 1962, 87 italiani trovarono la morte al “Passo del diavolo” presso Ventimiglia per recarsi clandestinamente in Francia. Ancora a metà degli anni '70 circa 30 mila bambini italiani erano tenuti nascosti in casa dai loro genitori emigrati in Svizzera che temevano di essere rimpatriati perché il governo elvetico proibiva ai lavoratori stagionali di farsi accompagnare dalla famiglia («non ridere, non piangere, non far rumore», questo dovevano dire i genitori ai «les enfants de l’ombre») .

La grande emigrazione italiana può dirsi conclusa agli inizi degli anni '80 quando gli espatri sono uguali ai rimpatri. Lo sviluppo sociale ed economico del paese cambia la natura dell'emigrazione, non coinvolge più consistenti fasce di popolazione ma personale qualificato e tecnici, studenti e docenti universitari. Ancora oggi, ogni anno, circa 50.000 italiani cercano lavoro all’estero e secondo il Rapporto Italiani nel mondo del 2009 gli italiani residenti all'estero fino all'aprile del 2009 (3.915.767) superavano gli stranieri in Italia (3.891.295).

Sì, ho fatto decisamente bene a entrare nel museo pochi giorni fa e mi ha fatto piacere sapere che nel corso di quest'anno, in occasione dell'anniversario dell'Unità d'Italia, l'esposizione potrebbe diventare itinerante e raccontare le emigrazioni regione per regione, far conoscere o, in alcuni casi, ricordare le condizioni degli emigranti, quella doppia assenza di cui parla Abdelmalek Sayad: essere solo parzialmente assenti là dove si è assenti - assenti dalla famiglia, dal villaggio, dal paese - e, nello stesso tempo, non essere totalmente presenti là dove si è presenti - per le molte forme di esclusione di cui si è vittime nel paese di arrivo (A. Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell'emigrato alle sofferenze dell'immigrato. Raffaello Cortina, 2002).

In quel museo ci sono cose di noi italiani che è bene sapere in certi tornanti della storia.

***

Sono passato tante volte davanti all'ingresso del museo dell'emigrazione ma ho sempre rimandato la visita. Forse perché io, figlio e nipote di chi nella sua vita ha dovuto emigrare, mi sono sempre nutrito delle storie di famiglia e pensavo che quel museo non mi avrebbe dato nulla che già non sapessi. Mi sbagliavo. Un museo non da soltanto notizie, se è ben fatto da anche emozioni e in qualche museo può capitare di accorgersi che la nostra memoria non ci appartiene, siamo noi che apparteniamo a lei.

5 commenti:

  1. In questo post, lunghissimo come lunghissimo è il viaggio del migrante, ho ritrovato parte del mio essere stato migrante nel lontano 1962. Non si può capire il senso e gli stati d'animo che si provano quando si parte - in quel momento è per sempre - senza sapere nulla del dopo, ma sai tutto del perché sei partito. È una malattia che non ti abbandonerà mai più "la migrazione". Penso allora alla cura che si deve a chi entra "con questa malattia addosso": i razzisti e gli stupidi non capiscono.
    Ciao.

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  2. Davvero un bel post. Agghiaccianti i dati, spero tanto che la mostra del MEI diventi itinerante, potrebbe servire a ricordare agli stupidi che sono un pó ovunque che il disprezzo per chi arriva nel "tuo" paese crea solo altro malessere. Quando siamo andati al museo dell' emigrazione italiana anch'io ho pensato che questo museo sia una tappa importante da fare almeno una volta.

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  3. Caro Antonio,
    il tuo post mi suscita pensieri ed emozioni molto vari. Appartengo per nascita e per tradizioni ad un'isola (la Sicilia) che ha fornito un congruo numero di migranti fra le cifre che tu riporti, anche negli anni della mia fanciullezza e della mia adolescenza quasi ogni famiglia aveva un parente emigrato da qualche parte e io stesso ho perso compagni di gioco, amici e parenti andati da qualche parte in cerca di miglior fortuna di condizioni di vita migliori, di dignità. Più di recente ho assistito ad una migrazione di tipo diverso, alla ricerca di esperienze nuove, di opportunità migliori di vita e di lavoro, dell'eccellenza formativa e professionale, io sono il frutto di questa migrazione, diciannovenne mi sono posto il problema di quale università italiana (allora non c'era il progetto Erasmus) potesse garantirmi la formazione migliore e in quale zona del nostro Paese avrei avuto più opportunità di esercitare bene la mia professione. Il sud si è impoverito parecchio, talvolta mi rimprovero questa "fuga", ma mi basta ritornare nel posto in cui sono nato, osservare il funzionamento dei servizi sanitari in cui avrei dovuto lavorare per far sfumare qualsiasi rammarico e qualsiasi nostalgia. Mi piace lavorare bene, ma per far questo non basta che tu sia serio, preparato, attento, ecc. bisogna che intorno a te ci sia una rete di servizi altrettanto seria e credibile su cui fare affidamento.
    Qualsiasi sia il motivo che ti porta fuori dalla tua terra, vivrai per sempre con una lacerazione interna, una spaccatura insanabile che cerchi di ricucire come meglio puoi, ti assalgono nostalgie fortissime, certe volte sento lo sciabordio del mare e il suo odore inconfondibile, parlo del MIO mare e abito in una città lontana dal mare in piana pianura padana. Talvolta vieni sommerso dai sentimenti ... per questo credo di capire gli occhi smarriti, spaesati, di chi si trova in un Paese straniero, in una terra dove non vedono niente di familiare, guardati con sospetto, diffidenza timore, sfruttati, umiliati, costretti a guadagnarsi più degli altri il rispetto e la stima altrui.
    Si, hai ragione, sono le emozioni a complicare enormemente questi spostamenti di masse umane, emozioni di chi arriva da un altro Paese, da un altro mondo, da un'altra cultura ed emozioni di chi rimane nel proprio Paese e lo vede cambiare di colpo con l'ingresso di persone e di culture molto differenti dalla sua.
    Un saluto

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  4. Per sottolineare l'importanza del tuo post, non ci fossero altre considerazioni da fare, basterebbero quelle relative al fatto che ben poche famiglie italiane non hanno vissuto l'epopea dell'emigrazione. Il problema é che quasi tutti hanno dimenticato o fanno finta di dimenticare, in genere per non fare i conti, conti di solidarietà umana così spesso negata ai nostri nonni, con la nuova immigrazione. Compiuto questo sfogo, devo soprattutto rimarcare la competenza storica con cui hai scritto.

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  5. La storia dell'emigrazione italiana è il grande rimosso della neoborghesia arricchita che ormai ha riempito questo paese. Forse si è trattato di una rimozione terapeutica, come lascia intendere Adriano, altrimenti sarebbe ancora viva quella lacerazione (per Garbo), malattia (per River), malessere (per Vito). Garbo qui il tuo contributo potrebbe essere decisivo ;-)
    Adriano grazie per i complimenti ma ho solo copiato qua è là ma siccome ho riportato le fonti non è plagio ma citazione!

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