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venerdì 29 maggio 2009

Pubblico e privato

Ieri sera su Rete4 è stato trasmesso Gli intoccabili, il bel film di Brian De Palma del 1987. E' la storia di Al Capone e del gruppo di agenti federali che riuscì ad inchiodarlo per evasione fiscale. Mentre guardavo il film ho pensato ai possibili retroscena privati della vita del famoso gangster che ovviamente il film non prendeva in considerazione. Una scena in particolare mi ha fatto pensare a quei retroscena. E' quando l'agente Ness, preso dalla collera perché uno dei suoi collaboratori è stato appena ucciso dagli uomini del gangster, affronta Capone mentre sta scendendo da una scalinata circondato dai suoi accoliti. L'agente lo insulta e Capone si infuria dicendo "Come ti permetti di parlami così davanti a mio figlio?".
Ho pensato che nonostante la sua attività, diciamo così, pubblica Al Capone dovesse essere particolarmente affettuoso con con suo figlio. Data la sua origine italiana doveva essere particolarmente legato alla sua famiglia, e in effetti aveva un concetto abbastanza ampio di famiglia, purché fosse la sua. Potremmo infatti obiettare che le sue attenzioni fossero indirizzate solo alla sua famiglia e non certamente ad una idea di Stato ma comunque di un fatto possiamo essere ragionevolmente certi, Al Capone doveva essere un padre amorevole e suo figlio doveva essere sicuramente fiero di lui. Un uomo potente, rispettato, temuto e certamente il figlio non poteva essere dello stesso avviso di quanti lo considerassero un malfattore. Ciononostante dubito che molta gente farebbe educare i propri figli da un padre così, se non altro perché non si tratterebbe dei figli di Capone!

giovedì 28 maggio 2009

Nuove tecnologie, vecchia maleducazione

Puoi avere tutta la nuova tecnologia della comunicazione che vuoi ma i tuoi contenuti comunicativi quali progressi hanno fatto? Di che pasta sono fatti? La stessa di millenni fa! Hai un nuovo cellulare, ops! un blackberry ma non sarà lui a farti essere una persona migliore.

PS giugno 2014 - Qui c'era un video della deputata Ravetto che durante la trasmissione Ballarò viene esortata da Floris a non inviare sms con il suo cellulare perché crea problemi alle telecamereche e lei risponde "Non è un cellulare, è un blackberry". Il video è stato cancellato da youtube per ragioni di copyright, dicono.

Un celebre slogan pubblicitario ti affascina dicendoti che è tutto intorno a te. Se è così, tu sei al centro dell’attenzione e questo soddisfa il tuo narcisismo, ma ogni centro è, per definizione, immoto e stabilisce relazioni asimmetriche con ciò che lo circonda. Il sole è al centro del suo sistema gravitazionale per via della sua maggiore massa rispetto ai pianeti che gli girano intorno, il problema è se tu sei davvero assimilabile alle stelle!

mercoledì 27 maggio 2009

Quanti regni ci ignorano!


Le nostre percezioni ci informano delle variazioni dell’ambiente che ci circonda. Le viviamo come un riflesso della realtà esterna e le consideriamo dotate di proprietà di integrità e totalità che di fatto non hanno. In presenza di un caminetto dove arde la legna sentiamo caldo, viviamo un esperienza unica, la sentiamo intera, ma i tre canali di informazione (visivo del caminetto, uditivo del crepitio della legna e tattile del caldo) viaggiano su vie sensoriali differenti e senza una opportuna integrazione del nostro sistema cognitivo non saremmo in grado di considerare i tre eventi associati tra loro come un evento unico. In ogni caso non siamo naturalmente dotati della visione infrarossa che ci farà ignorare un rilevante aspetto di quel contesto, non ascolteremo gli infrasuoni emessi durante la combustione della legna né sentiremo la variazione di pressione che l’aria rarefatta dal calore esercita sul nostro corpo. Eppure ci sono organismi che hanno quelle percezioni, vivono di quelle percezioni che noi ignoriamo nella nostra vita quotidiana, e che possiamo conoscere solo con l’ausilio di una idonea strumentazione.
Il nostro sistema sensoriale si è sviluppato ed opera nel contesto di una scala spaziale e temporale caratteristica della nostra linea evolutiva e risponde, come per ogni altro organismo, all’esigenza di sopravvivere nel nostro ambiente. Si può dire che Homo sapiens “trascende” la mera sopravvivenza e che il nostro pensiero è in grado di attraversare le diverse scale. Einstein e Mandelbrot ci hanno dimostrato che in un secondo possono trascorrere decenni e che in un centimetro quadrato possono esserci distese di chilometri, in altre parole abbiamo la capacità di conoscere quanto non fa parte della nostra esperienza quotidiana. Inoltre, come ho detto prima, sebbene non dotati degli stessi apparati sensoriali di molti animali possiamo conoscere e forse capire le loro percezioni. Tuttavia si dovrebbe operare una prudente distinzione tra le nostre capacità di astrazione e quelle sensoriali, sebbene non possano dirsi completamente indipendenti tra loro, i meccanismi che le sottendono sono abbastanza diversi. Ad ogni modo se è vero che la specie sapiens non pensa solo in termini di sopravvivenza, è altrettanto vero che non può pensare per troppo tempo nei termini che la negano. E’ ovvio, banale e tautologico, ma senza questo circolo la nostra specie non durerebbe nel tempo, né vi è alcuna garanzia che durerà in effetti!
Nel caso del caminetto e della legna che arde l’integrazione sensoriale che operiamo è sufficiente per evitare ustioni e probabilmente i raggi infrarossi non costituiscono uno stimolo direttamente connesso ad un problema di sopravvivenza. A questo punto è lecito chiedersi se vi siano delle integrazioni che non avvengono o stimoli che ci sfuggono perché non immediatamente condizionati dal vincolo di sopravvivenza. La percezione in fin dei conti può essere considerata come una sorta di ipotesi dedotta dai dati cui un organismo ha accesso perché in relazione con la sua conservazione.[1]
Non è necessario, e forse neanche possibile, che una ipotesi comprenda la totalità dell’ambiente che circonda un organismo ma solo quella parte che può condizionare la sua vita. Possiamo pensare che la realtà che percepiamo sia l’unica necessaria alla nostra esistenza ma sarebbe un errore enorme. La realtà che percepiamo con i nostri sensi è una fetta della realtà che ci circonda, una fetta sufficiente alla nostra esistenza. Vista l’enorme varietà di apparati sensoriali e le differenti sensibilità alla realtà che caratterizzano gli organismi viventi non si può parlare di condizione necessaria. Sulle altre fette della realtà si aprono le domande: di quali attrezzi disponiamo? E’ sufficiente il nostro accorato appello alla ragione per informarci della fetta di realtà che ci sfugge?
I danni cerebrali, come quelli di cui scrive Oliver Sacks e che ho accennato in un precedente post, ci informano sulla mappa delle funzioni cerebrali e sulla scissione delle diverse componenti che costituiscono la nostra percezione. Anche in condizioni normali un organismo ritaglia un certo numero di caratteristiche dalla molteplicità di oggetti che lo circondano e reagisce solo a queste, tutto il resto semplicemente non esiste. L’insieme di queste caratteristiche forma l’ambiente di quell’organismo. Diventa quindi evidente che ‘ambiente’ come qualcosa di esterno all’organismo è un concetto abbastanza fuorviante. La struttura sensoriale di organi recettori ed effettori definisce l’ambiente che l’organismo riceve, elabora e a cui l’organismo risponde.[2] L’organizzazione sensoriale di un organismo è il risultato della sua evoluzione biologica e le sollecitazioni/risposte che si è ‘attrezzato’ a ricevere/dare sono frutto di una interazione organismo-ambiente che difficilmente può essere considerata guardando separatamente le sue componenti. Da un punto di vista evolutivo l’ambiente seleziona le capacità di adattamento dell’organismo ma è altrettanto vero che l’ambiente è quella parte di realtà che continuamente l’organismo può selezionare compatibilmente con la sua storia evolutiva. Questo vale per lo sviluppo dei nostri sensi e vale anche per i nostri concetti, frutto di una razionalità intesa in termini di capacità interpretativa delle condizioni esperite in un dato periodo storico ed in un dato contesto sociale. In altre parole una capacità che ‘ordina’ le nostre credenze.
Come accennavo prima, il sistema cognitivo di Homo sapiens richiede sicuramente un ulteriore ordine esplicativo rispetto a quello esclusivamente biologico (sopravvivenza e riproduzione) che è quello culturale, relativo quindi non solo ai segnali (informazione) ma anche ai concetti ed alle credenze (significati). Probabilmente per gli animali l’acqua è quel liquido che disseta ma per Talete di Mileto cominciò ad essere anche il principio della vita, la differenza è enorme. Steven Rose sostiene che “le nostre menti lavorano con il significato non con l’informazione. In qualche modo la crescita delle capacità mentali, dai nostri antenati unicellulari a Homo sapiens, è avvenuta di pari passo con l’evoluzione di…cosa? Non solo del cervello, ho affermato, ma del cervello nel corpo e di entrambi nella società, nella cultura, nella storia.”[3]
Secondo Daniel Dennett non sono solo le strutture biologiche ad essere il risultato di un processo evolutivo ma anche i nostri sistemi di credenze, “i sistemi che si comportavano con quelle che descriveremmo credenze sbagliate, o che ricavavano inferenze inadatte alla situazione nella quale si trovavano, sono stati selezionati negativamente nel corso della storia: avere troppe credenze sbagliate porta all’estinzione.”[4] Condivido abbastanza questa posizione poiché considero la selezione culturale tutta interna alla natura, il più culturale dei concetti, almeno per l’uomo. La natura di H. sapiens non è esclusivamente biologica, sebbene questa sfera ne costituisca il vincolo ineludibile. L’uomo non può sottrarsi alla natura, al massimo può sottrarsi individualmente alla biologia, intesa come sopravvivenza e riproduzione.
E’ una ipotesi plausibile che “gran parte del potere cognitivo dell’uomo si sia evoluto per affrontare una complessità sociale sempre crescente”[5] e sebbene la nostra capacità di ricevere informazioni dall’ambiente sia stata pesantemente determinata dall’eredità biologica evolutiva, comune all’umanità (specie dalla varietà estremamente ridotta, vista la sua ‘recente’ formazione) lo stesso processo percettivo può essere modificato dall’esperienza in contesti sociali differenti assumendo differenti significati.
Negli anni 60 alcuni psicologi e antropologi condussero diversi studi che mettevano in luce le differenze percettive tra le società umane. In uno di questi studi Marshall Segall, Donald Campbell e Melville Herskovits sottoposero delle figure geometriche a soggetti di 15 società diverse[6]. La sensibilità a queste figure variava a seconda che i soggetti esaminati vivessero in ambienti edificati da costruzioni con angoli retti oppure in zone con vista ampia (pianure) o ristretta (foreste pluviali). Nelle figure geometriche gli occidentali vedevano illusioni ottiche.
Molto probabilmente guardando l’illusione di Müller-Lyer[7] direte che la linea rossa a sinistra, dove il ragazzino sta acquistando il suo biglietto, è molto più corta di quella a destra, l’angolo della stanza.


Quelle linee sono perfettamente uguali e le vedete di lunghezza diversa perché vivete in ambienti edificati e siete abituati alle congiunzioni ad angolo retto. Se non ci credete provate a chiedere ad un guerriero masai!
Queste simpatiche differenze del nostro sistema percettivo e cognitivo stanno alla base del cosiddetto relativismo culturale (che, detto tra parentesi, è una cosa seria. Non è la barzelletta di quanti, ossessionati dal “proprio” universalismo, gridano anatemi al “lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina”[8].)
La realtà che riceviamo attraverso i nostri organi sensoriali viene elaborata attraverso l’apprendimento e la memoria che rappresentano due delle più importanti funzioni cognitive dei mammiferi superiori, classe cui apparteniamo 'trionfalmente'. “Nella nostra specie, l’apprendimento, inteso come modificazione del comportamento in seguito all’acquisizione di nuove informazioni, raggiunge un elevato grado di plasticità in confronto a quanto accade in altre specie animali. Queste elevate capacità di apprendimento hanno consentito all’uomo di modellare, sebbene non sempre in modo positivo, le condizioni ambientali nelle quali si trovava a vivere. Da un punto di vista individuale, l’apprendimento ci permette di modificare il nostro comportamento nel corso dell’intera esistenza, consentendoci un adattamento ottimale alle richieste provenienti dalla società in cui viviamo.”[9]
Che il cervello umano non sia un organo strutturalmente statico è cosa nota dalla fine dell’800. Sempre più numerose evidenze sperimentali hanno dimostrato “due presupposti fondamentali a sostegno del moderno concetto di plasticità del sistema nervoso e cioè che i circuiti cerebrali possono essere modificati nell’arco della vita dell’individuo e che funzioni peculiari del cervello, quali capacità di apprendimento e memoria, implicano continui rimodellamenti strutturali, inclusa la crescita di nuove connessioni.”[10] Quindi in seguito alle nostre esperienze si formano nuove sinapsi per tutta la durata della vita, sebbene con ritmi differenti nel corso degli anni. Nei primi mesi di sviluppo della vita postnatale si ha una sovrapproduzione di contatti sinaptici, mentre con l’avanzare dell’età i meccanismi di rimodellamento strutturale possono andare incontro a significative alterazioni. “Una volta formate le sinapsi, la stabilità stessa della rete di giunzioni è relativa e dipende da quanto viene usata: il ricambio dei componenti usurati è un processo fisiologico di continua ristrutturazione che porta al rinnovo ed eventuale rinforzo delle zone di contatto”, ma le neonate strutture possono degenerare in un paio di settimane se non stimolate con nuovi compiti di apprendimento[11]. E’ pertanto assodato che “lo stato dinamico del complesso sistema nervoso umano, mentre gioca un ruolo importante nell’evoluzione della conoscenza, costituisce il prerequisito fondamentale su cui si basa la sua peculiare abilità di apprendere e ricordare.”[12]
Il nostro sistema percettivo si “sintonizza” sull’ambiente in cui viviamo. Si tratta di meccanismi di regolazione fine che operano sull’ampio substrato comune alla nostra specie. In termini generali purtroppo “la percezione tende a mantenere costante lo sfondo ambientale. Correlato a questo è il fenomeno dell’assuefazione, per cui uno stimolo costante viene ‘scollegato’ dalla coscienza”[13]. Appena avete acceso il vostro computer avete sentito il rumore della ventola ma poco dopo il rumore è stato ‘soppresso’ e non lo avete percepito più, salvo rivolgere la vostra attenzione a quel rumore. A partire da Aristotele molti ci hanno fatto notare che l’abitudine è la nostra seconda natura ma ho qualche dubbio che si sia compresa pienamente anche la prima!
“Il nostro sistema nervoso contiene ‘filtri’ e ‘rivelatori di eventi’ che assicurano che non tutti gli stimoli possibili provenienti dall’ambiente raggiungano indistintamente la nostra coscienza. […] per i nostri antenati rilevare le alterazioni dello sfondo nel corso degli anni e dei decenni era di poco o nullo valore adattativo. La situazione, però, è cambiata e mantenere lo sfondo troppo costante per lunghi periodi risulta essere uno strascico evolutivo indesiderabile. La difficoltà sta nel fatto che le minacce più gravi che oggi l’umanità si trova ad affrontare sono i lenti e deleteri cambiamenti dello stesso sfondo ambientale, che il modo in cui il nostro sistema percettivo si è evoluto ci incoraggia a ignorare. Questi cambiamenti si verificano nel corso di decenni: crescita della popolazione, alterazione graduale del clima a causa del riscaldamento globale, perdita della biodiversità, degradazione del suolo, accumulo di ormoni chimici, pericolosi cambiamenti dell’ambiente epidemiologico e così via. Per gli esseri umani è molto difficile reagire, per esempio, al riscaldamento globale e non solo perché il nostro sistema percettivo non è in grado di rilevare l’aumento della concentrazione dei gas serra nell’atmosfera. Anche se fossero visibili, non noteremmo il cambiamento perché è stato troppo graduale. […] ci sensibilizziamo con difficoltà alle tendenze che si sviluppano gradatamente.”[14]
Erich Fromm nel 1976 diceva, a proposito della cosiddetta società sviluppata, “bisogna metter fine all’attuale situazione, in forza della quale un’economia sana è possibile solo a prezzo della condizione patologica degli esseri umani.”[15] Fromm parlava di una società malata in cui solo l'individuo malato poteva passare per soggetto sano, un individuo perennemente intrappolato in un contesto sociale che chiede il suo “completo adattamento, in modo da apparire desiderabile in tutte le situazioni del mercato delle personalità.” Un contesto che sviluppa o seleziona personalità che “neppure hanno un io (come pure l'avevano gli individui del XIX secolo) al quale aggrapparsi, che appartenga loro, che sia immutabile, perché devono continuamente mutare il proprio io in obbedienza al principio: «Io sono come voi mi desiderate».”[16] Le osservazioni del celebre psicanalista fanno riflettere su un concetto di normalità che solitamente si dà per scontato e sulla reale portata delle nostre capacità di adattamento, al di là dei nostri altisonanti richiami a salti ontologici e capriole metafisiche. In buona sostanza, il rischio di fare affidamento su percezioni e costrutti concettuali che sono il risultato di un processo patologico collettivo e storico non può essere ragionevolmente escluso. Qualcuno può essere scandalizzato da quest’ultima affermazione e dire “ma allora la ragione può vedere quel rischio”. Certo, la ragione può vederlo ma non può vedere sé stessa, non può vedersi interamente, questo ce lo ha insegnato Kurt Gödel negli anni ’30 dell'ultimo secolo dello scorso millennio!

La filosofia ci parla di un essere che viene continuamente fuori dal non-essere-ancora, ci parla della continua possibilità di nuovo essere[17]. Sicuramente quel non-essere-ancora può essere letto in termini di processo evolutivo, grazie al quale "da un così semplice inizio innumerevoli forme, bellissime e meravigliose, si sono evolute e continuano ad evolversi"[18]. In particolare, per gli esseri umani può essere letto in termini di struttura cerebrale e di connessioni sinaptiche che si formano continuamente in seguito a nuovi stimoli/significati che entrano nel campo della nostra esperienza. L’ambiente che ci circonda muta continuamente anche in seguito alla nostra stessa attività, per cui viviamo continuamente nuovi ambiti esperienziali che solo pochi anni prima potevano sembrare inconcepibili.

Nel caso degli stimoli che richiedono una riorganizzazione o l’insorgenza di strutture sensoriali si può parlare di condizione sufficiente per la sopravvivenza. L’apparente disgiunzione dei significati dalla sopravvivenza biologica immediata è il terreno della trascendenza umana, una trascendenza “senza trascendenza” piena di sorprese e di pericoli. Un terreno dove gioca un ruolo determinante il ritardo con cui i nuovi significati devono in ogni caso fare i conti con la sopravvivenza.

Quando ci guardiamo intorno e pensiamo alla nostra visione del mondo può essere prudente considerare che potrebbe sfuggirci qualcosa di importante. Tra le tante possibilità non si può scartare del tutto di essere soggetti ad una illusione, oppure in attesa della formazione di nuove strutture sinaptiche, o magari in preda ad un meccanismo di soppressione della coscienza dovuto ad un qualche ‘adattamento’, o in preda ad una singolare sindrome di eminegligenza. Potrebbe trattarsi di una negligenza che non coinvolge solo una metà della realtà fisica ma una serie di tasselli sparsi disordinatamente e che tuttavia ci lascia intravedere forme che non si sottraggono alla “prova dei fatti”, non necessariamente con l’intervento di un dio maligno.

La prova dei fatti può lasciarci del tutto soddisfatti ma il non-essere-ancora, oltre ad essere fonte inesauribile di essere, ha la curiosa peculiarità di continuare sempre a non essere ancora!


[1] P. Ehrlich, Le nature umane. Codice Edizioni, Torino, 2005, p. 160.
[2] L. von Bertalanffy, Teoria Generale dei Sistemi. Fondamenti, sviluppo, applicazioni. Mondadori, 1983, p. 344.
P. Ehrlich, op. cit., p. 157-158.
[3] S. Rose, Il cervello del ventunesimo secolo. Spiegare, curare e manipolare la mente. Codice edizioni, 2005, p. 259.
[4] S. Gozzano, L’intenzionalità. In: Filosofia della mente. Pensiero, coscienza, emozioni. Le Scienze, quaderni n. 91, 1996, p. 18.
[5] P. Ehrlich, op. cit., p. 163.
[6] Citato in P. Ehrlich, op. cit., p. 164-166.
[7] http://www.michaelbach.de/ot/sze_muelue/index.html
[8] J. Ratzinger, 18 aprile 2005, nell’omelia della Missa pro eligendo Romano Pontefice, citato da Enzo Bianchi nel Dialogo, Fondamentalismo e religioni, MicroMega 3/2007, p. 194.
[9] V. Cestari, R. Brambilla, I disturbi dell’apprendimento e della memoria. In: Le malattie del cervello. Le Scienze, quaderni n. 119, p. 72.
[10] C. Bertoni-Freddari, Plasticità sinaptica del cervello senile e demente. In: Le malattie del cervello. Le Scienze, quaderni n. 119, p. 86-87.
[11] http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/Sfida_ai_nuovi_neuroni/1338185
[12] C. Bertoni-Freddari, op. cit., p. 86-87.
[13] P. Ehrlich, op. cit., p. 166.
[14] P. Ehrlich, op. cit., p. 167-168.
[15] E. Fromm, Essere o avere. Mondadori, 1977, p. 229.
[16] E. Fromm, op. cit., p. 194.
[17] E. Bloch, Il principio speranza, Garzanti, 1994. Cfr. G. Fornero, S. Tassinari, Le filosofie del novecento. Bruno Mondadori, Vol 1, p. 507. “Ciò che Bloch dice dell’uomo («L’uomo è ciò che ha ancora molte cose davanti a sé») lo potrebbe ripetere anche della natura, che ritiene percorsa da un impulso originario, una sorta di ‘fame’ di essere che la mantiene sempre incompiuta, protesa al nuovo e al futuro di un non-essere-ancora.”
Documenti disponibili in rete:
G. Micheletti, Il gergo dell'essere. Il linguaggio heideggeriano secondo Löwith, Calogero, Adorno e Ortega y Gasset, 2002.
M. Guffanti, Attendere e domandare: Esser-ci, mondo e metafisica in Essere e Tempo di Martin Heidegger.
[18] C. Darwin, L'origine delle specie. Boringhieri, 1967, p. 554. Sono le ultime parole di un libro che ha sconvolto il mondo. La sua prima edizione vide la luce nel 1859, dopo una soffertissima gestazione. Da quel momento molti non si sono ancora ripresi!
Quest'anno ricorrono 200 anni dalla nascita di Charles Robert Darwin e 150 anni dalla pubblicazione dell'Origine.
Buon compleanno Maestro.

giovedì 21 maggio 2009

Sacro e profano

Con settimane di anticipo, a volte qualche mese, si cominciano a cercare i fiori giusti, quelli con il colore più adatto allo scopo. Essenze che crescono naturalmente e essenze coltivate. Se ne raccolgono decine di varietà, dai colori più diversi. E' stata considerata ogni più sottile sfumatura di rosso, giallo, verde, arancione e tutti i colori che si possono immaginare. Tutto viene dalla terra che dona naturalmente quella profusione di colori o che pazientemente è stata preparata perché quei fiori crescessero con i colori più vividi. Decine di serre sono state dedicate a far crescere una quantità enorme di fiori.

I fiori vengono selezionati e conservati con cura perché siano pronti quando sarà il momento, perché non perdano la loro morbidezza e il loro colore non si affievolisca. Ormai manca poco perché la grande raccolta è fatta in prossimità del momento atteso.

Ogni singolo balcone è adornato con piante e fiori in una gara di bellezza che impreziosisce ancor più questo piccolo borgo medioevale. Quando mancano due o tre giorni i petali dei fiori che sono stati raccolti vengono selezionati e separati con gesti lenti. E' venerdì sera e nelle cantine, per strada, nei viottoli e in ogni casa è un brulicare di attività di mani sapienti. Tutto il paese partecipa al rito della preparazione di un evento straordinario. Per le stradine strette tra le mura medioevali giovani e anziani sono all'opera, alcuni bambini guardano, molti danno una mano sotto l'occhio vigile di chi è più esperto. Con le forbici le diverse foglie e i petali dei fiori vengono tagliati in piccolissimi frammenti, ogni tonalità di colore sarà separata in cassette numerate che verranno conservate al fresco.

Lungo la strada principale del paese, leggermente in salita verso le mura del castello locale, gli uomini cominciano a preparare il lastricato, lo puliscono, lo lavano, prendono le misure. Lungo il percorso di un paio di chilometri montano i tendoni che copriranno la strada da un lato all'altro. La notte di sabato può essere ventosa e nessuno assicura che non pioverà per cui bisogna proteggere la strada da questo rischio. I tendoni sono montati, vengono installate le illuminazioni che faranno luce durante la notte.

E' sabato pomeriggio, per strada, sotto i tendoni l'attività si fa frenetica, dopo aver bagnato il pavimento si stendono le tele di carta disegnate. Ogni area nel disegno è numerata, sono decine di tele che coprono tutto il tragitto della strada principale, alcune sono gigantesche, superano i dieci metri di lunghezza per cinque metri di larghezza. I temi sono religiosi, ai tratti geometrici di alcune fa da contrappunto la morbidezza del disegno di altre. Si vedono le immagini dei pittori rinascimentali, qui il Pinturicchio è di casa e i suoi temi si incontrano facilmente nelle tele e in qualche caso ci sono delle riproduzioni dei suoi dipinti.

Quando il sole è ormai prossimo al tramonto e l'aria diventa fresca vengono portate sotto ogni tendone centinaia di scatole numerate, contengono i petali e le foglie tagliuzzate la sera prima. Decine di persone sotto ciascun tendone riempiranno le aree numerate della tela con il colore corrispondente. E' un lavoro certosino, rigorosamente manuale, alcuni lavorano con le pinzette. Si procede di centimetro in centimetro con la lentezza più solenne, eppure su quei disegni qualcuno litiga per il colore giusto, qualche bestemmia scappa ma quando le mani si posano su quelle tele per disporre i petali tutto rallenta. Gesti lenti seguono i contorni delle figure, le foglie e i petali dei fiori sono diventati in molti casi una polvere che viene distribuita come il sale, con lo stesso movimento attento a non metterne troppo dove non serve o troppo poco dove deve esserci. Il lavoro durerà per tutta la notte sotto la luce artificiale che è stata montata nei tendoni, e dovrà essere terminato per la mattina presto. Sembra incredibile che si possa riuscire a portare a termine questo lavoro titanico eppure la gente che ci lavora sa che dovrà farcela prima che la mattina una commissione di giudici cominci il giro per valutare la qualità delle opere e assegni i premi alle varie squadre. Sì, perché sotto ogni tendone si fa un lavoro di squadra e in tutto il paese ci sono decine di squadre, ognuna con la sua opera originale preparata con molto anticipo e segretamente custodita fino a quella sera. Il premio è ambito, ognuno spera di vincerlo, ma la sua importanza non è nel valore economico, è poco più che una cifra simbolica e non ripagherebbe nemmeno un terzo dei fiori usati da ciascuna squadra.

La mattina presto all'alba qualche opera è già completa, per altre continua la febbrile corsa per terminare il lavoro. Si cominciano a smontare i tendoni, restano le pesanti impalcature che dovranno essere rimosse da decine di uomini. Le impalcature dovranno essere sollevate perché non tocchino le opere che hanno protetto fino a quel momento, durante la rimozione lo sforzo è enorme e la delicatezza che l'operazione richiede porta i nervi alle stelle, qualche santo viene chiamato in terra e la cosa suona particolarmente blasfema in questa domenica del Corpus Domini ma la gente tutta intorno capisce benissimo la tensione e non si notano sguardi di rimprovero verso chi si è fatto scappare una bestemmia. Una volta tolte tutte le impalcature si scopre il miracolo che si è compiuto durante la notte fino agli ultimi minuti di questa mattina. Sulla strada principale del paese, lungo un percorso di due chilometri si stende un tappeto di opere ricamate con i frammenti di petali e di foglie. Opere meravigliose, l'occhio viene trascinato in un turbine vertiginoso di tratti di raffinatissima complessità. Nulla è concesso alla banalità, c'è la ricerca del tratto più elegante, la resa del chiaro-scuro più delicato, i rilievi delle figure che sembrano emergere dalla superficie. Ogni squadra ha il suo tratto di originalità e anche le squadre più giovani non lasciano nulla al caso. La commissione passerà in fretta, guarderanno le opere, faranno decine di foto, annoteranno le loro valutazioni, ma la commissione deve sbrigarsi, perché queste opere attendevano loro ma non è per loro che sono state fatte. Tra qualche minuto uscirà dalla chiesa la processione in onore del Corpus Domini.

La processione ha il vescovo in testa e la gente al suo seguito. La processione passerà per la via principale e camminerà lentamente su quel tappeto di opere meravigliose distruggendolo completamente, ogni traccia di quei preziosi disegni verrà cancellata al passaggio della processione.

Dopo la fatica per realizzarle quelle opere sono state lì sulla strada, una volta completate, per non più di un'ora o due. E se non ci si alza presto la mattina, molto presto, di tutta quella meraviglia si rischia di vedere solo un lunghissimo tappeto di petali tritati sparsi sulla strada principale del paese, un mucchio di polvere colorata informe e senza alcun significato.

***

Tutto questo accade ogni anno a Spello, un bellissimo paesino medioevale dell'Umbria, in occasione del Corpus Domini. Io e Vito ci siamo stati l'anno scorso, non sapevamo nulla dell'infiorata di Spello. Volevamo vedere la Cappella Baglioni del Pinturicchio ma abbiamo avuto la fortuna di assistere anche a questo evento meraviglioso. E' stata una vera fortuna trovare posto in agriturismo perché in quest'occasione il paese si riempie di gente che viene da tutte le parti d'Italia e che prenota con qualche anticipo un posto per dormire.


La distruzione di quelle opere così belle può lasciare sconcertati eppure si tratta di un rito magnifico dove la distruzione dell'opera è parte integrante e significativa della cerimonia stessa, senza quella distruzione mancherebbe l'atto sacrificale (che rende sacro, che assegna al sacro). Quello che avviene a Spello è un vero e proprio potlatch, dove la ricerca del prestigio e del riconoscimento collettivo si intreccia ineluttabilmente con la distruzione dell'opera realizzata. Ed è proprio quella distruzione che consegna l'opera al sacro.


Io non leggo questo evento in termini religiosi come molti elementi potrebbero far pensare, la festa del Corpus Domini, la processione, i temi religiosi delle opere. Ci sono troppi elementi che non si adeguano a una simile lettura, sebbene non la escludano, la ricerca del prestigio per il proprio gruppo, la serrata competizione tra le squadre e non ultimo qualche accorata bestemmia. L'esigenza di partecipazione a un avvenimento collettivo, il bisogno di sacrificare quelle opere, quella corale affermazione della propria esistenza che si leva nella creazione delle opere e che continua e si conclude nella loro distruzione si prestano a altre letture che potrebbero precedere quella esclusivamente religiosa che a questo punto ne deriverebbe. Sono convinto che il significato di questo evento vada ricercato altrove, forse lì troveremmo anche la fonte del sentimento religioso.
Se la lettura di questa manifestazione fosse solo di ordine religioso, che si consuma nel rapporto Uomo-Dio, diventerebbe più difficile capire il bisogno di riconoscimento collettivo tra uomo e uomo che si manifesta nella gara e che precede e condiziona il sacrificio al divino. Bisogno che non è marginale ma costitutivo dell'infiorata di Spello.

Le opere sono sacrificate al divino ma prima ancora il sacrificio si consuma tra le persone che partecipano a quell'esperienza, nell'inderogabile esigenza di affermare la loro esistenza, nella cura per ogni minimo dettaglio e nella resa di fronte a un'opera che non può durare ma che mentre si realizza fornisce l'indubitabile certezza della propria e dell'altrui esistenza. Il valore non è nelle opere realizzate ma nella partecipazione alla loro realizzazione.
Umberto Eco, nel Pendolo di Foucault, scrive «C'era un tale, forse Rubinstein, che quando gli avevano chiesto se credeva in Dio aveva risposto: "Oh no, io credo... in qualcosa di molto più grande..." Ma c'era un altro (forse Chesterton?) che aveva detto: da quando gli uomini non credono più in Dio, non è che non credano più a nulla, credono a tutto.»

Ad ogni modo leggetela come vi pare ma vi consiglio caldamente di vivere questo evento a Spello. La prossima infiorata sarà il 13 e 14 giugno. Potete dargli il significato che volete ma sarà sicuramente un'esperienza indimenticabile.

mercoledì 20 maggio 2009

La forza mite

Centinaia di uomini armati, stretti nelle loro divise militari, addestrati ad ogni pericolo, pronti ad affrontare ogni circostanza, temono questa donna. Una donna così esile. Lei sa che non potrebbe fare male ad un fiore, eppure quegli uomini la temono.

Lei li guarda, come in un quadro di Vermeer. Vede quegli uomini che hanno bisogno di saperla prigioniera
per sentirsi al sicuro nelle loro divise, con le loro armi, sicuri della loro preparazione militare.
Vede centinaia di uomini prigionieri della paura. Sa che è stata lei ad imprigionarli, senza privarli per un solo giorno della convinzione di essere liberi. Una donna senza armi, senza divisa, senza alcuna preparazione militare.

***
Aung San Suu Kyi è prigioniera di carcerieri che temono la sua forza. Una forza mite, che non ha bisogno della sopraffazione per manifestarsi. Quegli uomini saranno sempre più deboli di lei. Lei lo sa, loro no.
Attende pazientemente che lo capiscano. Attende pazientemente che tutti noi lo capiamo.

lunedì 18 maggio 2009

Il regno di Cupido e di Dioniso

«Per Martin è un giorno come tutti gli altri. Come al solito si è alzato prima di sua moglie, si è messo davanti allo specchio e si è fatto la barba. Lo ha fatto accuratamente, senza trascurare la minima parte del viso. Poi, come ogni mattina, ha mangiato le sue uova, senza lasciarne neanche una briciola. E ha guardato il notiziario alla televisione. Il mondo per Martin è semplice, come può esserlo per ciascuno di noi. Ma quando sua moglie alza gli occhi verso di lui vede tutt'altra cosa: vede un uomo che ha la metà destra del viso perfettamente rasata, mentre l'altra metà è ispida, trascurata. E Martin ha mangiato solo le uova che si trovavano nella parte destra del piatto, mentre quelle a sinistra sono rimaste intatte.» Dal sito di Le Scienze.

Si tratta di un caso di negligenza spaziale unilaterale insorto in seguito ad un ictus che ha limitato la sfera percettiva del soggetto alla sola parte destra del suo campo visivo, non si tratta di mancanza di visione di ciò che avviene nella parte sinistra ma di mancanza di consapevolezza o di attenzione per un lato del corpo e dello spazio o degli eventi che si verificano dal lato opposto a quello del danno cerebrale. Più frequentemente la lesione cerebrale è situata nell'emisfero destro ed il deficit si manifesta nell’incapacità di orientare l’attenzione verso sinistra.
Questo caso clinico mi ha ricordato i numerosi casi descritti da Oliver Sacks in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, un libro bellissimo e sconvolgente che lessi qualche anno fa e che consiglio vivamente di leggere.
Sacks ci avverte “Qui ormai navighiamo in acque sconosciute, dove può accadere di dover capovolgere tutte le solite considerazioni, dove la malattia può essere benessere e la normalità malattia, dove l’eccitazione può essere schiavitù o liberazione e dove la realtà può trovarsi nell’ebbrezza, non nella sobrietà. E’ veramente il regno di Cupido e di Dioniso.” (p. 149)
Tra i casi descritti da Sacks c’è anche la vicenda della signora S., colpita da un ictus massivo che le aveva compromesso le aree profonde dell’emisfero cerebrale destro, lasciando intatta la sua intelligenza e il suo senso dell’umorismo. Un caso simile a quello di Martin. Scrive Sacks, “Essa ha completamente perduto l’idea di «sinistra», per quanto riguarda sia il mondo esterno sia il proprio corpo.”
Il neurologo descrive come la signora cercasse di compensare il suo deficit, girando lentamente a destra fino a descrivere un cerchio. In questo modo poteva risolvere almeno i problemi più banali, come trovare le portate del suo pranzo fino a saziarsi, tuttavia c’era sempre un lato sinistro del suo campo visivo che veniva ignorato.
“«E’ assurdo» dice la signora S. «Mi sento come la freccia di Zenone: non arrivo mai alla meta. Sarà anche buffo ma, date le circostanze, che altro posso fare?»”.
E’ facile pensare che è più semplice far ruotare il piatto invece che sé stessi, anche la signora S. se ne convinse e ci provò ma la cosa le risultò molto più difficile che ruotare intorno a sé stessa. “Il suo sguardo, la sua attenzione, i suoi movimenti e impulsi spontanei sono ormai tutti esclusivamente e istintivamente rivolti a destra.” Nemmeno un sistema di specchi risolse il problema della signora, anzi ogni tentativo diverso dal suo girare intorno a sé stessa la disorientava ancora di più.
Avevo pensato di riportare quel racconto ma ne ho preferito un altro.


Il discorso del Presidente


Che diavolo succedeva? Uno scroscio di risa dal reparto afasici, proprio all’inizio del discorso del Presidente, che tutti erano così ansiosi di sentire…
Eccolo là, il vecchio Seduttore, l’Attore, con la sua consumata retorica, il suo istrionismo, la sua bravura nel far leva sulle emozioni… e i pazienti si torcevano tutti dal ridere! Be’, non proprio tutti: alcuni erano sconcertati, altri scandalizzati, uno o due preoccupati, ma la maggior parte pareva divertirsi un mondo. Il Presidente, come sempre, toccava il tasto della commozione; ma ora, a quanto pareva, ne ricavava soprattutto ilarità. Che cosa succedeva a tutti quanti? Che cosa credevano? Non riuscivano a capirlo? O forse lo capivano fin troppo bene?
Spesso questi pazienti, persone intelligenti ma affette da una gravissima afasia percettiva o globale che le rendeva incapaci di capire le parole come tali, si diceva che ciò nonostante capivano la maggior parte di quanto veniva loro detto. I loro amici, i parenti, le infermiere che li conoscevano bene, talvolta stentavano a credere che fossero davvero afasici.
Questo perché, se ci si rivolgeva loro con naturalezza, essi afferravano in parte o quasi completamente il senso della frase o del discorso. E naturalmente si parla «naturalmente».
Sicché per dimostrare la loro afasia, il neurologo doveva di proposito e con un bel po’ di sforzo parlare e comportarsi in modo innaturale, eliminare tutti gli elementi rivelatori extraverbali: il tono della voce, l’intonazione, lo sottolineature o le inflessioni evocative, e inoltre gli ausilii visivi: le espressioni del viso, i gesti, tutto il proprio repertorio personale e la propria postura, che sono in gran parte inconsci. Doveva eliminare tutto questo (il che poteva anche significare l’occultamento totale della propria persona e la completa spersonalizzazione della propria voce, fino al punto di usare un sintetizzatore di voce computerizzato), per ridurre il linguaggio a pure parole, un linguaggio completamente spogliato di ciò che Frege chiamava «coloritura del suono», timbro (Klangfarbe) o «evocazione». Con i pazienti affetti da deficit più sottile era solo usando questo modo di parlare meccanico, fortemente artificiale (abbastanza simile a quello dei computer di Star Trek) che si poteva essere davvero sicuri della loro afasia.
Perché tutto questo? Perché il linguaggio, il linguaggio naturale, non consiste di sole parole, né (come riteneva Hughlings Jackson) di sole «proposizioni». Esso consiste di espressione, dell’espressione di tutto il proprio pensiero con tutto il proprio essere, la cui comprensione implica molto più del semplice riconoscimento delle parole. Questa era la chiave per capire il modo di capire degli afasici anche quando sono del tutto incapaci di capire le parole in sé. Perché anche se le parole, le costruzioni verbali, di per sé a volte non trasmettono nulla, il linguaggio parlato è di solito soffuso di «tono», circondato da un’espressività che trascende il verbale; ed è appunto questa espressività, così profonda, così varia, così complessa, così sottile, che è perfettamente conservata nell’afasia, nonostante sia distrutta la capacità di comprendere le parole. Conservata, e spesso addirittura straordinariamente potenziata.
Ciò si rivela con chiarezza – e spesso in modo assai sorprendente, comico o drammatico – a tutti coloro che lavorano o vivono a contatto con gli afasici: i familiari, gli amici, le infermiere, i medici. In un primo momento, forse, non ci si accorge di nulla; ma poi si scopre che c’è stato un grande cambiamento, quasi un capovolgimento, nella loro comprensione del linguaggio. Qualcosa è scomparso, è stato distrutto, è vero; ma in sua vece è subentrato, è stato enormemente potenziato qualcos’altro, per cui (almeno nel caso di espressioni con forte carica emotiva) vi può essere piena comprensione del significato anche là dove va perduta ogni parola. Nella nostra specie Homo loquens ciò sembra quasi un capovolgimento dell’ordine comune delle cose: un capovolgimento, e forse anche una reversione a qualcosa di più primitivo ed elementare. Per questo, forse, Hughlings Jackson paragonava gli afasici ai cani (paragone che potrebbe indignare entrambi!), anche se si riferiva soprattutto alle loro insufficienze linguistiche più che alla loro notevole e quasi infallibile capacità di cogliere il «tono» e il sentimento. Più sensibile a questo riguardo, Henry Head nel suo trattato sull’afasia (1926) parla di «feeling-tone », tono emotivo, e mette in rilievo come negli afasici esso sia conservato e spesso potenziato.
Di qui, talvolta, l’impressione – mia e di tutti noi che lavoriamo a stretto contatto con gli afasici – che a un afasico non si può mentire. Egli non riesce ad afferrare le tue parole, e quindi non può esserne ingannato; ma l’espressione che accompagna le parole, quell’espressività totale, spontanea, involontaria che non può mai essere simulata o contraffatta, come possono esserlo, fin troppo facilmente, le parole… tutto questo egli lo afferra con precisione infallibile.
E’ un’abilità che riconosciamo nei cani, e per questo li usiamo spesso proprio per individuare falsità, malevolenza, intenzioni equivoche, per capire di chi possiamo fidarci, chi è onesto, chi ha ragione, quando noi, così influenzati dalle parole, non possiamo fare affidamento sui nostri istinti.
La stessa capacità dei cani l’hanno gli afasici, e ad un livello umano e immensamente superiore. «Si può mentire con la bocca,» scrive Nietzsche «ma con la smorfia che l’accompagna si dice ugualmente la verità». Per questa smorfia, per ogni falsità o improprietà nell’aspetto fisico o nella postura, gli afasici hanno una sensibilità eccezionale. E se non possono vedere la persona (soprattutto nel caso dei nostri afasici ciechi), hanno un orecchio infallibile per ogni sfumatura della voce, per il tono, il ritmo, le cadenze, la musica, le più sottili modulazioni, inflessioni e intonazioni che possono dare, o togliere, credibilità a un voce umana.
In questo risiede dunque la loro capacità di comprensione: possono capire, senza le parole, ciò che è genuino o non lo è. Erano quindi le smorfie, gli istrionismi, i gesti e soprattutto i toni e le cadenze della voce a suonare falsi per questi pazienti privi di parola ma dotati di un’immensa sensibilità. E perciò, non ingannati e non ingannabili dalle parole, essi reagivano a queste incongruità e improprietà che apparivano loro smaccate e addirittura grottesche.
Ecco perché ridevano al discorso del Presidente.
Se non è possibile mentire a un afasico, data la sua particolare sensibilità all’espressione e al «tono», che cosa succede, viene da chiedersi, ai pazienti (se ve ne sono) che mancano completamente del senso dell’espressione e del «tono» pur conservando immutata la capacità di comprendere le parole, pazienti che sono l’esatto contrario degli afasici? Noi ne abbiamo un certo numero, e sono ricoverati anch’essi nel reparto afasici, benché, tecnicamente parlando, non siano affetti da afasia, ma piuttosto da una forma di agnosia, in particolare da un’agnosia cosiddetta «tonale». Per questi pazienti scompaiono le qualità espressive della voce, ossia il tono, il timbro, la sfumatura emotiva, l’intero carattere, mentre sono perfettamente comprensibili le parole (e le costruzioni grammaticali). Tali agnosie tonali (o «atonie») sono associate a turbe del lobo temporale destro del cervello, mentre le afasie si accompagnano a turbe del lobo temporale sinistro.
Tra i pazienti del nostro reparto afasici affetti da agnosia tonale, anch’essi spettatori del discorso del Presidente, ce n’era una che aveva un glioma nel lobo temporale destro. Si chiamava Emily D. ed era stata insegnate d’inglese e poetessa di una certa fama; grazie alla sua eccezionale sensibilità linguistica e alle sue vigorose capacità analitiche ed espressive, era in grado di formulare chiaramente la situazione opposta: come era inteso il discorso del Presidente da una persona affetta da agnosia tonale.
Emily D. non era più in grado di dire se una voce fosse arrabbiata, allegra, triste o altro. Dal momento che per lei ora le voci erano prive di espressione, doveva osservare il volto delle persone, le loro posture e i gesti che accompagnavano le loro parole, e scoprì di farlo con un’attenzione e un’intensità mai dimostrate prima. Ma anche in questo, purtroppo, era parzialmente impedita poiché aveva un glioma maligno e stava rapidamente perdendo anche la vista.
Scoprì allora che doveva prestare la massima attenzione all’esattezza delle parole e del loro uso, e insistere perché gli altri facessero lo stesso con lei. Le era sempre più difficile seguire un linguaggio di tipo allusivo o emotivo, ed esigeva sempre più dai suoi interlocutori che parlassero in prosa: «parole esatte al posto esatto». La prosa, come scoprì, poteva in certa misura compensare la mancata percezione del tono o del sentimento.
In questo modo fu in grado di conservare, e anzi di potenziare, l’uso del linguaggio «espressivo» (nel quale il significato era dato interamente dalla giusta scelta e referenzialità delle parole), pur trovandosi sempre più spersa di fronte al linguaggio «evocativo» (dove il significato è dato interamente dall’uso e dal senso del tono).
Anche Emily D. ascoltava dunque, con volto impassibile, il discorso del Presidente, servendosi di una strana mescolanza di percezioni potenziate e difettose – una mescolanza che era l’esatto contrario di quella dei nostri afasici. Il discorso non suscitò emozioni in lei – nessun discorso ormai aveva questo effetto – e tutto ciò che era evocativo, autentico o falso le sfuggì completamente. Ma allora Emily, priva di reazione emotiva, fu trascinata o abbindolata, come noi tutti? Niente affatto. «Non è convincente» disse. «Non usa una prosa chiara. Usa le parole in modo improprio. O ha dei disturbi cerebrali oppure ha qualcosa da nascondere». Così il discorso del Presidente non funzionò neanche per Emily D., con la sua sviluppata sensibilità per l’uso formale del linguaggio, per la proprietà e la prosa, così come non funzionò per i nostri afasici, con la loro sordità alle parole ma anche la loro sviluppata sensibilità al tono.
Ecco dunque dov’era il paradosso del discorso del Presidente. Noi normali, indubbiamente aiutati dal nostro desiderio di essere menati per il naso, fummo veramente menati per il naso (populus vult decipi, ergo decipiatur). E così astuta era stata la combinazione di un uso ingannevole delle parole con un tono ingannatore che solo i cerebrolesi ne rimasero indenni, e sfuggirono all’inganno.

Oliver W. Sacks, L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. Adelphi, 1986, p. 113-119.

sabato 16 maggio 2009

Perdóno per Paletta!

Un paio di giorni fa il Presidente della Repubblica ha dichiarato all'assemblea annuale delle Fondazioni europee «Si diffonde una retorica pubblica che non esita, anche in Italia, ad incorporare accenti di intolleranza e xenofobia». Il signor B. fa sapere che non si riferisce a lui. Che tipo! si sente così al centro dell'attenzione che crede che ce l'abbiano con lui anche quando non è così.

E' il momento di uscire allo scoperto! Chiedo perdono per averci messo due giorni ma la faccenda è delicata, rischia di aprire l'ennesimo scontro istituzionale e non posso più tacere.

Ebbene sì, il Capo dello Stato si riferiva me.

Rivelo i fatti. Durante un'amichevole partita a briscola in cui io e il Presidente giocavamo in coppia contro altri due giocatori non mi sono accorto che dovevo tenere l'asso in mano e riservarlo per un lancio successivo, così, preso dalla mia foga giovanile ho perso l'asso e mi sono fatto sfuggire un "Porca paletta!". Il Presidente si è subito rabbuiato in volto e mi ha fatto sapere di aver da poco ricevuto un appello dall'isola di Paletta nell'arcipelago delle Utopie, lì la gente versa in condizioni disperate e chiede sostegno al nostro paese. Nell'imbarazzo ho spiegato che la mia esclamazione non si riferiva agli abitanti di Paletta ma giustamente il Presidente mi ha richiamato ad un linguaggio più attento e meno disinvolto. Sinceramente pensavo che la cosa finisse lì ma il Capo dello Stato ha ritenuto opportuno richiamare la mia scellerata esclamazione in un consesso pubblico perché fosse di esempio per tutto il paese. Il Presidente non si è riferito direttamente a me perché è un signore molto educato, purtroppo però la sua discrezione ha fatto pensare che la dichiarazione si riferisse al governo.

Spero che questo chiarimento, doveroso ma che mi è costato fatica, porti serenità nel governo che ha così tante campagne pubblicitarie da organizzare e soprattutto rassicuri il Signor B. che adesso è tanto impegnato a ricostruire la sua immagine di bel giovanottone rampante sulle riviste più impegnate del paese.


Devo ammetterlo! E' meglio di una vignetta di Vauro.

giovedì 14 maggio 2009

Il mio papi è più ricco del tuo!

Una nota di Palazzo Chigi fa sapere che La Repubblica sta conducendo una campagna denigratoria nei confronti del premier dettata da invidia e odio. Questa è davvero carina, dà una chiara idea della dimensione psicologica dello staff del Presidente, o almeno quella dell'affettuoso animale domestico che ha redatto la nota! La dimensione psicologica del destinatario dell'invidia è già tristemente nota.
Fa venire in mente quei battibecchi tra bambini dove, in un gioco di rimpalli, il padre di ciascuno è più importante di quello dell'altro. Sono giochi innocenti, di bambini, sebbene a mio avviso già rivelano il futuro imbecille che da grande potrebbe persino arrivare a fare il Presidente del Consiglio o, se non ha fortuna, un cortigiano fedele.

Mi sembra di sentire ancora uno di quegli scambi concitati, tutto giocato sull'evocazione del sentimento di invidia nel compagno di giochi. Tuttavia da grande ho perso quell'innocenza che avevo da bambino e il mio ricordo di quei battibecchi è sicuramente falsato. Sarà anche colpa dell'irriverenza del Signor G.:

- Il mio papà ha tante automobili e ne compra sempre di nuove.
- Il mio papà ne ha solo una e gli basta.
- Il mio papà è sempre circondato da donne.
- Il mio papà non ha bisogno di frequentare ragazzine per sentirsi sempre giovane.
- Il mio papà conosce un sacco di gente importante e tutti gli obbediscono.
- Il mio papà ha una sana struttura psichica e non ama circondarsi di mentecatti.
- Il mio papà può comprarsi tutto quello che vuole.
- Il mio papà non è ricco e mi ha insegnato che le cose più importanti non si comprano.
- Tu invidi il mio papà.
- No, ma compatisco te per avere avuto un padre come il tuo.

Visto che siamo in tema di letture psicologiche mi sovviene una pubblicità che un mio amico disegnatore mi ha detto che girava in Francia qualche tempo fa.
La pubblicità riguardava un'auto di piccola cilindrata. La scena si apre con un fermo immagine sull'auto in questione. L'immagine sfuma, siamo in un ampio parcheggio di una clinica privata. Nei parcheggi riservati ai pazienti della clinica arrivano auto enormi: 4x4, Land Rover, Mercedes e Jaguar lussuosissime e infine Ferrari e Lamborghini. Dopo qualche secondo arriva l'auto che viene pubblicizzata, si dirige al parcheggio riservato al primario della clinica. Il dottore scende dall'auto, dà un'occhiata alle auto dei suoi pazienti e sospira profondamente guardando la discreta targa all'ingresso della sua clinica:
La chirurgie esthétique. Spécialisé pour l'allongement du pénis.


giovedì 7 maggio 2009

E' tempo di bilanci

Questo è il 50° post di questo blog!
L'ho aperto per gioco il 23 gennaio di quest'anno. Ci sono 4 post con data precedente alla sua apertura ma li ho inseriti perchè era vuoto e non sapevo cosa scriverci in quel momento.
Dopo circa 3 mesi ho due lettori fissi, Marina e Riccardo (che ringrazio per l'apprezzamento), ci sono 5 commenti, 4 dei miei lettori, il 5° è mio. C'è mia zia Matilde che vorrebbe registrarsi come lettrice fissa ma non sa come fare. Sicuramente ho altri due lettori, Vito e Franco, che però non mi danno soddisfazione e dicono sempre di non avere tempo da perdere dietro le mie elucubrazioni. Inoltre, ho avuto alcuni riscontri da altri amici che di tanto in tanto gli hanno dato un'occhiata.
Un successone! Facendo una prudente proiezione tra 62.500 anni i lettori assidui saranno mezzo milione e quelli sporadici diverse centinaia di migliaia. Sarà allora che tutti insieme faremo sentire la nostra voce e finalmente metteremo in discussione il potere di Berlusconi.

martedì 5 maggio 2009

Il re sobrio e l’etica del boudoir

L'Avvenire fa sentire la sua autorevole voce sui temi etici che questi giorni impegnano il dibattito della politichetta.

"Non ci è piaciuto quel clima da scambio di 'favorini' veri, falsi o presunti tra amici e amiche. E ci ha inquietato lo spargersi, tra alzatine di spalle e sorrisetti irridenti o ammiccanti, di un'altra manciata di sospetti sulle gesta del presidente del Consiglio. Il sospetto per chi gestisce la cosa pubblica può essere persino peggiore della verità più scomoda. E comunque, prima o poi arriva il momento del conto. [...] La stoffa umana di un leader, il suo stile e i valori di cui riempie concretamente la sua vita non sono indifferenti: non possono esserlo. Per questo noi continuiamo a coltivare la richiesta di un presidente che con sobrietà sappia essere specchio, il meno deforme, all'anima del Paese".

Ho letto l'editoriale dell'Avvenire con molto interesse e l'ho trovato condivisibile dalla prima all'ultima parola. Anche il mio grillo parlante l'ha letto e quando ha finito di leggerlo mi ha raccontato questa storia:
"In un paese molto lontano qualche tempo fa ho visto un re che aveva insegnato ai suoi sudditi che tutto ciò che desiderano nella loro vita era vedere trasmissioni divertenti in televisione. Trasmissioni che non facessero pensare troppo e che distraessero dai problemi della vita. Il re diceva a tutti che prima o poi sarebbero stati ricchi come lui e le folle lo applaudivano compiacenti. Il re aveva un folto seguito e tutti erano convinti che con lui al potere sarebbero stati felici. Il re non si curava della collettività e quando fu al massimo del suo consenso oltraggiava i fondamenti della vita sociale e ignorava le regole del buon governo, ingiuriava i suoi oppositori e faceva scempio dell’azione legislativa per volgerla al suo personale interesse. Il re giocava con le parole, raccontava barzellette e menzogne e tutti erano contenti. Il re non temeva rovesciamenti perché aveva tra i suoi alleati i sacerdoti del tempio che, al sicuro tra promesse e sorrisi, rinunciavano alla loro memoria più antica in nome di favori e finanziamenti. Il re incontrava i sacerdoti del tempio, abbracciava il loro capo ed assicurava al tempio il primato desiderato. Il re prometteva che non avrebbe messo le mani nelle tasche del suo popolo anche se, con il favore dei sacerdoti del tempio, non esitava a mettere a forza un sondino nel naso di quanti non potevano accettare la devastazione della propria persona.
Il re regnava incontrastato nella terra dell’etica pubblica dove i fiori stentavano a crescere perché il suolo era stato contaminato dalle sue sementi avvelenate.
Ma un giorno il re superò il limite invalicabile, entrò nel regno del privato con la stessa alterigia con cui cavalcava dissennatamente nel regno del pubblico. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. I sacerdoti del tempio non perdonarono tanta tracotanza. Il re non aveva capito che poteva continuare a fare strage in quel territorio che aveva già conquistato ma non doveva toccare il territorio del privato. Quel territorio tra l'altro non era più così vasto come un tempo perchè ormai i sacerdoti del tempio ne rivendicavano solo le zone confinanti con le camere da letto. Il discrimine etico era diventato così facile da riconoscere che il re non avrebbe mai dovuto varcarlo.
Fu così che l’etica delle mutande fece dire ai sacerdoti del tempio che il re era empio."

Il mio grillo mi ha poi spiegato di apprezzare molto il richiamo alla sobrietà del re ma non riesce proprio a togliersi dalla testa l'idea che l'indignazione, come una sorta di meccanismo a molla, scatti solo quando si evoca una camera da letto!
Se l’immoralità della filosofia del boudoir del divino marchese meritava una smentita, quale migliore terreno dell’etica del boudoir?

venerdì 1 maggio 2009

Guarda bene...

Guarda bene! In mezzo a quella folla dovresti esserci anche tu.

Pellizza da Volpedo, Quarto Stato, 1901.

Non facciamoci ingannare dagli abiti nuovi che indossiamo. Se non riusciamo a scorgerci in quella folla allora cerchiamo i nostri genitori, se non loro i nostri nonni, se guardiamo bene potremmo vedere anche i nostri figli o i figli di persone a noi care.
In quella folla ci sono i migranti, i precari, i disoccupati, c'è chi desidera una vita degna di essere vissuta senza oppressioni. Alcuni avranno cambiato vesti, indosseranno abiti eleganti per appuntamenti importanti, altri continueranno a vestire abiti lisi, molti non avranno altro che la loro pelle ma tutti ci faranno sentire il rumore dei loro passi.
Chi ha dimenticato quella folla parlerà del sacrosanto diritto alla sicurezza rovesciandone i termini. Quando ero bambino, e anche adesso, mi sentivo sicuro perché intorno avevo gente che mi amava, non è mai accaduto né mai accadrà il rovescio. I discorsi rovesciati della sicurezza sono ingannevoli perché ci rendono prigionieri nelle nostre case, perché soffocano una voce che da dentro ci dice che eravamo con quella folla, che possiamo tornare con loro, che in fondo stiamo ancora camminando con loro. Una voce che riempie di paura chi non vuole più vedersi in quella folla, chi si è impegnato perché tutto questo fosse messo in un angolo del passato che non ha più alcuna voglia di visitare.
Eppure se proviamo a mettere da parte quella folla, a dimenticarla, quella folla tornerà. Che lo si voglia o no, quella gente tornerà e noi torneremo con loro.
Se non sapremo scorgerci in mezzo a quella folla allora ci sentiremo sempre insicuri. Non possiamo chiudere le orecchie al rumore di quei passi perché quel rumore viene dalla nostra mente, e non ci sarà alcuna legge che potrà metterci al riparo da quella voce.
Se non sapremo vederci in uno di quei volti allora non ci sarà voce che possa raggiungerci perché avremo reciso la voce che ci è più vicina.

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