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lunedì 30 marzo 2009

La bellezza salverà il mondo?

“La bellezza salverà il mondo”, scriveva Dostojieski. Josif Brodskij è altrettanto chiaro sulla matrice estetica del comportamento umano quando scrive: “Ogni nuova realtà estetica ridefinisce la realtà etica dell’uomo. Giacché l’estetica è madre dell’etica…”.[1]
Luigi Zoja ci riporta all’unica radice greca di due concetti di ‘bello e buono’ che in quel mondo antico non conoscevano distinzione ed avevano una sola parola per essere designati, “kalokagathìa (da kalòs kài agathós, «bello e buono/valido»)”.[2]
La salvaguardia dell’ambiente che ci ospita e tutto ciò che può essere messo in atto per realizzare questo obiettivo è spesso oggetto di discussione perché ostacolerebbe la crescita economica e non ci sarebbe accordo sulle reali responsabilità dell’uomo riguardo il degrado ambientale. Ma questo non è solo un problema di economia o di scienza, è soprattutto un problema di estetica e di etica. Fino a che discuteremo se il clima cambia a causa delle emissioni atmosferiche di origine umana e se ridurle possa danneggiare le nostre economie non ci accorgeremo che, fatti salvi i centri storici (non è un caso), le nostre città sono orribili, che le nostre relazioni affettive non sono più beni in sé che accrescono il nostro essere ma sono subordinate ad una pletora di altre attività che sottraggono tutte le nostre energie.
Tutto ciò è avvenuto per un’idea di sviluppo che ha portato a quelle emissioni in atmosfera e all'inquinamento in generale di cui tanto si discute. Che siano o no responsabili dei cambiamenti climatici la sostanza dei fatti non cambia, hanno comunque avvelenato la nostra vita.

[1] J. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1987. Cit. In: Luigi Minozzi, La visione est-etica nella decisione politica partecipata. éupolis, 45/46, Lug-Dic 2007, p. 83.
[2] L. Zoja, Giustizia e Bellezza, Bollati Boringhieri, 2007, p. 20.

venerdì 27 marzo 2009

Razionalità dell'homo oeconomicus

Riprendo integralmente dal sito de Le Scienze un interessante articolo che potrebbe darci un po' di elementi per riflettere sulle possibili basi biologiche della crisi economica. Sempre che gli economisti abbiano gli stessi schemi neuronali del campione di soggetti utilizzati dagli autori degli esperimenti.
Naturalmente non parlo degli economisti a cui danno il premio Nobel, ho sempre sospettato che agli economisti illuminati dessero il premio così non gli sarebbe venuto in mente di dedicarsi alla politica, insomma un premio ai piccoli per farli giocare con i loro numeri, mentre i grandi facevano le cose serie!
Cavolo! Per una volta almeno non si poteva fare eccezione per l'illuminazione e dare il Nobel a Brunetta?


Le basi neurologiche dell'illusione monetaria

La rappresentazione dei soldi che utilizza il cervello è di tipo "nominale" e non "reale", ossia: è facile cadere nella seduzione dei grandi numeri.

Meglio un aumento del reddito del tre per cento con un'inflazione al cinque, o un taglio del due per cento mentre i prezzi restano perfettamente stabili? Ovviamente il potere d'acquisto nelle due situazioni è esattamente identico, eppure la grande maggioranza delle persone opta per la prima delle due alternative.
Molti vedono infatti positivamente un aumento del loro reddito, anche se esso è poi di fatto annullato dall'inflazione. Gli economisti chiamano questo fenomeno "illusione monetaria" e spesso ritengono che essa non dovrebbe esistere, considerato che alla fin fine il potere d'acquisto resta invariato: un agente economico razionale dovrebbe dunque restare del tutto insensibile alla salita o alla discesa nominale del reddito. Diversi studi ed esperimenti confermano però che l'effetto esiste realmente.
Ora Armin Falk e Bernd Weber, il primo economista e il secondo neuroscienziato dell'Università di Bonn, hanno cercato di scoprire quali siano i processi neuronali sottostanti a questa situazione, esaminando l'attività cerebrale di diversi volontari mentre erano impegnati in un gioco di simulazione di attività economiche.
Nelle due serie di esperimenti condotti, illustrati in un articolo pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), i partecipanti si sono venuti a confrontare con situazioni analoghe a quella descritta, ossia con uno scenario a reddito nominalmente alto e a reddito nominalmente basso, ma con identico potere di acquisto, cosa di cui essi erano ben consapevoli.
"Abbiamo rilevato che c'era un'area sistematicamente meno attiva nello scenario a basso reddito di quanto non lo fosse nello scenario ad alto reddito", spiega Bernd Weber. "Si tratta della corteccia prefrontale ventromediale, un'area che produce un senso di quasi euforia associato a esperienze piacevoli."
I risultati degli esperimenti condotti hanno dunque mostrato che la rappresentazione dei soldi che utilizza il cervello è di tipo "nominale" e non "reale", ossia: è facile cadere nella seduzione dei grandi numeri.
Questa conclusione, osservano i ricercatori, ha rilevanza pratica, in quanto l'illusione monetaria permette di spiegare perché l'economia può essere rilanciata da una politica finanziaria espansiva. E conferma altresì l'ipotesi di molti economisti che l'illusione monetaria rappresenti anch'essa un fattore da considerare nella spiegazione delle bolle speculative.

giovedì 26 marzo 2009

Par(s) condicio

Ieri sera a Rai 3 c'è stato uno speciale di Che tempo che fa interamente dedicato a Roberto Saviano. E' stato un appuntamento con il coraggio civile di un uomo che ha sfidato il potere criminale che deforma le coscienze dissanguandole di quanto di più nobile si possa pretendere dalla vita, la libertà di decidere della propria esistenza. Un giovane che di fatto ha dovuto rinunciare a vivere la vita che desiderava per un impegno che pure ha ritenuto irrinunciabile e di cui tutti gli italiani devono essergli grati.
E' un compito davvero ingrato per me criticare Roberto Saviano, ma in mezzo alla bufera di terribili emozioni di dolore e di rabbia che ha saputo suscitare nel suo lungo monologo c'è stato un passaggio dove alle emozioni si è aggiunto lo sconcerto. Saviano ha detto: "Nell'ultima campagna elettorale da qualsiasi parte non si è parlato di mafia perché c'era l'impressione che la gran parte della gente non fosse interessata". Sicuramente i temi che tratta Saviano meritano molta più attenzione di quanta non ne ricevano dalla stampa nazionale ma forse in questo punto lo scrittore ha dovuto rispettare il codice della cosiddetta par condicio, pagare un ragionevole tributo alle regole della casa che lo ospitava. Infatti, non posso credere completamente a quelle particolari parole di Saviano, né credo possa essergli sfuggita qualche notizia di un certo rilievo durante la scorsa campagna elettorale.
Io ho buona memoria - a questo punto chi mi conosce starà già ridendo, ma ragazzi questo blog potrebbe essere letto anche da sconosciuti e allora devo pur darmi un tono! - e la par condicio non la intendo esattamente come la intendono alcuni conduttori televisivi, ovvero una sorta di colta acquiescenza nei panni profumati della gradevole buona educazione.
Ricordo infatti che fondamentalmente alle elezioni si fronteggiavano due schieramenti principali, in uno c'era un leader (adesso non c'è più, forse fortunatamente) che durante un comizio a Napoli, rivolgendosi a camorra, mafia e 'ndrangheta, disse: "Non votate per il Partito Democratico, sappiate che con noi al Governo cercheremo di distruggervi". Nell'altro schieramento c'era un altro leader (c'è ancora, di sicuro sfortunatamente) che aveva già dichiarato che i magistrati "sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana", proponeva perizie psichiatriche per i giudici e dava sostegno ad un suo luogotenente che diceva che un mafioso era un eroe. Pensiero peraltro già anticipato diversi anni prima da un altro luogotenente.
Uno dei due leader ha vinto le elezioni!

Da notare che la fonte giornalistica che ho richiamato non può essere considerata di parte politica avversa al leader che poi ha vinto le elezioni! Un bell'esempio di par condicio, vero? Per sgomberare il campo da ogni accusa di parzialità per i due leader in questione dico anche di far parte di quel gruppo di persone che attualmente non ha rappresentanza parlamentare, per la gioia di entrambi i leader!
Poi chi proprio non resiste ad essere di parte può leggere l'articolo di Marco Travaglio o ascoltare il passaggio del leader che adesso non c'è più.


Sono assolutamente convinto che Roberto Saviano avesse perfettamente in mente tutto questo e se per qualche motivo non l'ha potuto dire resta comunque il fatto che non va taciuto.
Ad ogni modo e sinceramente, grazie Roberto.

martedì 24 marzo 2009

Fosse ardeatine

Era il 24 marzo del 1944.
Quel giorno furono trucidati dai nazisti 335 civili e militari italiani come atto di rappresaglia ad una azione partigiana.
Di tanto in tanto mi capita di andare a quel mausoleo. La prima volta, molti anni fa, ci sono andato con i miei genitori. Sotto la pesante lastra che toglie il respiro, in quella luce di piombo passavamo lentamente tra le file di tombe.
In una di quelle tombe c'è Ferruccio Caputo, era uno studente, aveva 21 anni e veniva da Melissano, il mio paese. Non fu facile trovare la sua tomba.
I miei genitori erano stanchi, non possono camminare a lungo. Non trovando la tomba di Ferruccio, mio padre disse "non fa niente, qui sotto sono tutti uguali, gli abbiamo fatto visita anche se non lo abbiamo trovato".
Aveva ragione, lì sotto, ripeto, lì sotto sono tutti uguali. La morte non ha annullato le loro differenze, le loro soggettività ma li ha accomunati allo stesso destino, alla stessa atroce fine.

Oggi si usa troppo spesso e a sproposito la frase "i morti sono tutti uguali". Non è così. Le loro morti li hanno resi uguali ma se vogliamo rendere davvero giustizia alle loro vite dobbiamo rispettare le loro differenze.
Non è un problema di "pacificazione", come si usa dire. E' una questione di rispetto.

domenica 22 marzo 2009

Vero all'alba

Se mi presentassi ad un gruppo di persone affamate e dicessi loro che il cibo non è sufficiente per risolvere il problema della fame ma serve anche una consapevole coscienza del valore intrinseco del cibo, del suo valore simbolico oltre che energetico, qualcuno sicuramente potrebbe guardarmi con sospetto. A favore della mia argomentazione potrei addurre che il cibo non elimina i problemi della fame ma anzi è portatore di gravi disturbi di origine alimentare, si pensi al diabete, al colesterolo e alle mille malattie legate all'obesità del mondo occidentale. Il sospetto nei miei confronti probabilmente crescerebbe ancora.
La cosa stupefacente è che, per quanto possa destare perplessità, quanto vado affermando ai miei confusi interlocutori è vero ed è altrettanto stupefacente che il mio stupore di non essere compreso cresca in misura proporzionale alla veridicità delle mie tesi.
Per uscire da questa impasse, volendo rimanere nel contesto della verità, dovrei fare esercizio di onestà intellettuale e riconoscere che, per quanto vere le mie argomentazioni, sono condizionate all'interno di un ordine di priorità che può essere decisamente diverso tra me e i miei interlocutori. La verità è uno specchio andato in mille frantumi ed è sempre importante capire quali pezzi si stanno guardando e in quale ordine si stanno guardando di volta in volta. Questa è una tesi che a qualcuno potrebbe sembrare di natura relativistica e per questo aborrita, eppure a volte è grazie a questa tesi che un argomento semplicemente vero in alcuni contesti può non essere scambiato per un crimine in altri.

Prendendo per buona una visione umanistica, che in virtù della mia formazione di biologo trovo ingenua oltre che presuntuosa, si può essere d'accordo che l'uomo è libero dalla cogenza degli istinti. In altre parole tra i vari vessilli della supposta unicità umana ci sarebbe la possibilità di dire 'no' alle esigenze biologiche (tra gli altri vessilli che si sventolano e che non avrebbero riscontro nel resto del mondo animale c'è l'uso di un linguaggio sintattico, il possesso di una mente simbolica, la presenza del ministro Brunetta tra i membri della specie, e tante altre cose!). Che piaccia o meno tra gli istinti umani c'è il bisogno alimentare come quello sessuale. Dire 'no' a tali istinti è appunto una possibilità che ha valore caratterizzante l'umano se pronunciato in libertà e che, se resta fedele a sé stessa ne rimane anche vittima, potendo essere quindi rifiutata e proprio in virtù del rifiuto di un rifiuto tale possibilità può essere rivendicata ancora di più quale peculiarità umana.

In Africa, come ovunque, il desiderio sessuale è una peculiarità umana, ma qui più che altrove i milioni di donne che partoriscono figli a volontà (altrui) non godono di quel naturale desiderio come il maschio. L'educazione all'utilizzo del preservativo in Africa quindi non riguarda solo ed esclusivamente la gravissima trasmissione dell'AIDS e i dati sulla inutilità del preservativo al riguardo sono tutt'altro che incontestabili (presumo che su questi temi i rapporti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità abbiano più valenza degli articoli di Avvenire).
Se è vero, come dice il Pontefice, che "la soluzione per combattere questa malattia può solo essere una umanizzazione della sessualità, un rinnovo spirituale e umano", allora potrebbe essere altrettanto vero che quel rinnovo passi attraverso la doppia negazione che dicevo e allora l'uso dei preservativi non sarebbe stato così inutile come si sostiene, da ambienti esperti suppongo!

martedì 17 marzo 2009

Parcheggio perfetto, forse

Molte volte ci troviamo di fronte a delle cose apparentemente inspiegabili, a me capita spesso. Alcune cose sono palesemente assurde, altre hanno sicuramente una spiegazione. Ad esempio questo parcheggio sulle prime può sembrare bizzarro ma se poi si osserva con una certa regolarità, in altre parole la stessa scena si ripropone decine di volte, allora bisogna essere onesti e ammettere che potrebbe esserci una spiegazione che ci sta sfuggendo.

Del resto cos'è che spinge all'indagine scientifica se non le cose che si presentano inspiegabili che tuttavia si manifestano con regolarità, forse dopotutto la scienza potrebbe essere solo questo, scoperta e codificazione di regolarità. A mio avviso è altrettanto importante rivolgere attenzione alle singolarità che, oltre a fornire la proverbiale conferma della regola quando sono eccezioni, in molti casi potrebbero aprire un orizzonte di regolarità successive, ma questo è un altro discorso. Per questo parcheggio la regolarità è ormai assodata, fidatevi.
Probabilmente agli occhi del proprietario l'auto è perfettamente nascosta dietro al palo della luce! Non so, il motivo potrebbe essere una asimmetria spazio-temporale, la materia dell'auto potrebbe essere completamente assorbita dalla proiezione del palo. Oppure il parcheggio è avvenuto in una dimensione quantistica che poi, notte tempo, è andata dissolvendosi, o magari potrebbe essere dovuto ad una singolarità percettiva del conducente.
La cosa davvero curiosa dal mio punto di vista è che questo tipo di fenomeni, sebbene si manifestino con regolarità, vengono considerati delle stravaganze e dimenticati con troppa superficialità. In realtà meriterebbero maggiore attenzione, magari potrebbero aprirci ad altre prospettive e scoprire che l'unica auto parcheggiata perfettamente è proprio quella dietro al palo, oppure che una qualche mutazione dei conducenti sta facendo evolvere le modalità di parcheggio e noi, vecchi dinosauri destinati all'estinzione, non riusciamo proprio a coglierne la novità. O no?

lunedì 16 marzo 2009

Questioni di scala

Il più piccolo di tutti[1] si accorse dei suoi undici fratelli ed ebbe subito la sensazione che insieme costituivano una solida maggioranza in quel circolo[2]. Ne facevano parte altri dodici soggetti più grossi, sei erano un po' più pesanti[3] degli altri sei, ma i sei più leggeri erano visibilmente più voluminosi[4]. Bisticciavano tra loro su chi contasse di più nel gruppo.
"Senza di me questo circolo si scioglierebbe", disse uno di quelli più pesanti, che in effetti doveva vedersela a destra e a sinistra con due soggetti voluminosi mentre gli altri cinque simili a lui erano impegnati con uno soltanto di quelli voluminosi e con uno dei più piccoli. I voluminosi risposero in coro: "Non farci ridere, con le tue due braccine non fai che gonfiarti di boria. Guardaci bene, ognuno di noi ha quattro braccia, e senza queste il circolo non sarebbe unito."
I più pesanti, dopo essersi consultati, riconobbero che era vero e uno di loro, con tono conciliante e serio, disse: "La verità è che insieme siamo proprio un circolo di importanza fondamentale e direi, senza tema di smentita, che se non fosse per noi la baracca non si muoverebbe, si fermerebbe tutto."
“Vedo che cominci a ragionare”, risposero quelli con quattro braccia, “abbiamo fatto bene a costituire questo circolo, dura da tanto tempo e tutti dovrebbero riconoscere di dipendere da noi.”
I più piccoli, che oltre ad essere veramente piccoli avevano solo un braccio, erano ancora un po’ restii ad accettare l’argomentazione, per via della consapevolezza che ormai avevano acquisito di essere la maggioranza, ma ritennero ragionevole non opporsi, perchè dopotutto gli altri erano davvero grossi.
Poco più in là, all’interno di un edificio, un gruppo assisteva alla scena. Erano in tanti[5], tutti diversi e seduti intorno ad un tavolo tondo con il centro vuoto popolato da altri tipi[6]. Ognuno passava qualcosa all'altro con l’aiuto di quelli al centro del tavolo. Era una vera e propria fabbrica. A quel tavolo arrivava di tutto e usciva fuori di tutto.
“Ma li hai sentiti quelli là fuori quante arie si danno?”
“Certo che li ho sentiti, non se ne può più. Non si rendono conto che li usiamo per i nostri scopi, noi non facciamo che aspettare che il loro circolo si sciolga per usarli nella nostra filiera di produzione e poi pensano di essere al centro del mondo.”
“Già! Questa è proprio bella, lo vedrebbero pure i ciechi che senza la nostra fabbrica il paese non si muoverebbe.”
In effetti la fabbrica era un modello di efficienza e di coordinamento ma nonostante le apparenze anche lì c’era qualche dissapore. Quelli al centro del tavolo sostenevano che senza di loro non passava di mano in mano proprio un bel niente e la catena di produzione si sarebbe presto interrotta, quelli seduti dicevano che senza di loro la catena si sarebbe interrotta ugualmente e che ad ogni modo erano loro a fornire la materia prima.
Il tipo che ospitava tutti[7] se la rideva di quei battibecchi e disse ai contendenti: “Io non la farei così lunga, se non fosse stato per un mio antenato che si rincantucciò qua dentro, voi non fareste il vostro lavoro con tanta sicumera”.
In effetti era proprio così, tuttavia convennero con l’ospite che insieme godevano di una certa autonomia e che gli altri dovrebbero essere grati a tutti loro.
Un signore magrissimo[8], che usava raccogliersi in se stesso, disse: “Che sciocchi, non si accorgono che sono io a dare avvio a tutte le loro attività”.
Intorno si levò un coro di protesta[9]: “Ma quando mai! senza di noi tu non ti staccheresti nemmeno da tuo fratello e se rimani attaccato a lui col cavolo che dai avvio a qualcosa. Caro, tu avrai pure tutte le istruzioni ma non ti è mai venuto in mente che siamo state noi a fornirtele perché avevi una buona memoria? Sei un ingrato, da libro adesso ti vanti come fossi lo scrittore!”
“Sì”, rispose il signore magro, “certo che ci ho pensato ma questo non toglie che senza di me voi morireste e non potreste riprodurvi!”
Una di loro, che gli era particolarmente vicina rispose stizzita: “Perché tu invece che fine faresti? Se è per questo, avrai pure la memoria dalla tua, ma mio caro sei mille volte più fragile di noi e ogni tanto dobbiamo correre a riparare le tue ferite.”
Lui serio rispose: “E’ vero e ve ne sono grato ma non dimenticate che senza le mie ferite voi non sareste così tanto numerose e poi considerate che voi siete passeggere mentre io, anche con le mie riparazioni, resisto al tempo.”
“Certo che sei sempre lo stesso” intervenne una signora piuttosto grassa[10], “altrimenti non mi saresti stato di alcuna utilità, allora avrei certamente cercato un’altra soluzione per mandare avanti i miei interessi.” Un’altra signora più magra[11], intervenne nervosamente dicendo alla signora grassa “Hai perfettamente ragione, ma devi ammettere che prima che arrivassi io e le mie sorelle a tutte voi mancava l’organizzazione dell’impresa”. L’altra rispose calma: “E’ vero, ma, vista la tua proverbiale memoria non dovresti scordare che anche senza la tua organizzazione siamo andate tranquillamente avanti per molto tempo e tu sei arrivata praticamente l’altro ieri.” La signora magra se ne andò nervosamente rivolgendo uno sguardo di sufficienza all’altra.
“Ma sentile,” disse tra sé e sé un signore molto composto[12] “con tutta la fatica per metterle insieme adesso si contendono il primato.” Una voce interiore[13] acconsentì, aggiungendo con profondità che solo grazie a lei l’universo poteva conoscersi e che lo scopo di tutto era proprio quello.
Da lontano un sussurro, forse una voce, forse solo un pensiero[14] “Se non mi avessero pensato mi sarei risparmiato di pensare a tutta questa bagarre.”
Ancora più lontano nessuno si accorse di nulla[15].

Personaggi
[1] L’idrogeno
[2] Il glucosio
[3] L’ossigeno
[4] Il carbonio
[5] Gli acidi tricarbossilici
[6] Gli enzimi
[7] Il mitocondrio
[8] Il DNA
[9] Le proteine
[10] La cellula
[11] Il neurone
[12] L’organismo
[13] La mente
[14] Il creatore
[15] ...

venerdì 13 marzo 2009

Appello fuorviante

Leggete questo documento del 23 febbraio scorso scritto da una associazione di buontemponi che non si accorgono che le nostre città sono invase da orde barbariche senza una goccia di sangue italico nelle vene. Dalle loro torri di avorio non vedono le torme straniere che assaltano le nostre case, stuprano le nostre donne, uccidono i nostri uomini e sicuramente qualcuno lo stuprano, anche se i nostri uomini soffrono eroicamente e non denunciano l’accaduto perchè non si faccia scempio della loro proverbiale virilità che tutto il mondo riconosce, nonostante le voci calunniose tra i viados.
Fortunatamente la stampa ha dato il risalto che merita alla posizione di questi incoscienti che stravolgono la verità. Esemplare ed esaustivo il trafiletto pubblicato dal Corriere della Sera il giorno prima dell’appello a pagina 19. Come al solito i vetero-catto-comunisti dell’Unità il giorno dopo si sono fatti prendere dall’entusiasmo, ma stanno imparando come vanno le cose e lo hanno fatto a pagina 15. Ma la notizia vera e propria è stata pubblicata il 25 febbraio a pagina 8 da il Riformista, che è una garanzia perché una notizia non la legga nessuno!
Sugli altri giornali nulla, quelli sì che sanno fare il loro mestiere.
Il documento, intessuto di becera demagogia, distorce la realtà dei fatti (e non si faccia facile ironia, i fatti non è participio passato ma sostantivo) ed è sicuramente il risultato di un inguaribile ottimismo, oppure di una chiara distorsione dei recenti inviti alla fiducia di fronte alla crisi economica. L’invito alla fiducia vale nel momento dello scambio di merci e servizi con corrispettivo riconoscimento monetario (da notare il tecnicismo economico perchè di noi non si dica bruti). Se vai a comprare un auto, una pizza, due fucili da caccia, un manganello, un’ora di sesso lungo i viali di periferia dopo mezzanotte (perchè non si dica che gli italiani sono razzisti. Le cose buone che vengono dall’estero le sanno apprezzare, quando sono buone), allora devi farlo con fiducia nel radioso futuro che stai preparando alla nazione alzandole il PIL. Fuori da questo ambito la fiducia è fuori luogo, non fa che infiacchire lo spirito guerriero che da anni è sopito nei nostri cuori ed è ormai pronto a ruggire al sole che verrà.
Lasciamo che i buontemponi dormano nelle loro torri d’avorio, mentre gli audaci si preparano a ripulire le italiche terre dal lerciume che minaccia il sangue puro che di stirpe guerriera ancora di nutre.
Roooaaarr (ruggito del leone!).


giovedì 12 marzo 2009

Diritto di voto

Nel racconto “Diritto di voto” di Isaac Asimov, Norman Muller è l’unico cittadino della prima e più grande Democrazia Elettronica ad essere selezionato dal computer Multivac per votare in nome di duecento milioni di abitanti. Il suo voto, acquisito con le più diverse domande tra cui "Cosa ne pensa del prezzo delle uova?", sarà elaborato dal potente supercomputer ed esprimerà il voto della collettività.
Se ci sono buone ragioni per essere scettici sulla possibilità di una democrazia informatica, ce ne sono altrettante per non scommettere sulla nostra storia futura (l'ossimoro è d'obbligo). Probabilmente per diverso tempo i progressi nel campo dell’informatica non porteranno ad una Democrazia Elettronica, ma ciò può essere dovuto all’impegno che si sta dedicando al materiale umano, rendendolo accontentabile con una bottiglia di Coca-Cola ed indifferente ad una buona politica.
I computer vengono dopo, giustamente!

Ad ogni modo per i deliri del pres(id)ente potrebbe essere utile cercare le fonti nel passato, se non altro rimane la buona letteratura.

Cercando il link alla notizia mi accorgo che già ieri Carlo Clericetti aveva accostato al racconto di Asimov l'idea del voto ai soli capocondomini della casa libera. Prova che la "fonte" potrebbe non essere del tutto peregrina.

Per quanto riguarda gli affittuari della casa libera che erano lì ad ascoltare il loro padrone di casa, mi torna in mente un episodio che si attribuisce a Ettore Petrolini. Uno spettatore dal loggione lo disturbava insistentemente durante lo spettacolo, l'attore si fermò e urlò in direzione del loggione: "Io non ce l'ho con te, ma con quello che ti sta accanto che ancora non ti butta di sotto".
Signori affittuari se ancora vi è rimasto uno straccio di decoro, per lo meno nell'esercizio delle vostre funzioni istituzionali, vi siete persi un momento prezioso per tirarlo fuori.


Diritto di voto, (1955). In: Isaac Asimov, Tutti i racconti. Volume primo. Mondadori, 1991.

Linda - età anni dieci - era l'unica, in tutta la famiglia, che sembrava contenta di essersi svegliata. Norman Muller la poteva sentire, attraverso il suo coma malsano, impostogli dai sonniferi. (Era riuscito ad addormentarsi, finalmente, un'ora prima: ma si era trattato più di stanchezza che di sonno vero e proprio.)
- Papà, papà, svegliati. Svegliati!
Lui represse un gemito.
- Va bene, Linda.
- Ma, papà, questa volta ci sono intorno più poliziotti del solito. Ci sono macchine della polizia e tutto il resto.
Norman Muller si rassegnò e si sollevò, fiaccamente, sui gomiti. Il giorno stava cominciando. Fuori cominciava a spuntare l'alba: un germe di un grigio miserevole che somigliava molto al grigio che lui si sentiva dentro. Udì Sarah, sua moglie, che si dava da fare in cucina per preparare la colazione. Suo suocero, Matthew, si stava raschiando rumorosamente la gola nel bagno. Senza dubbio l'agente Handley era già pronto e lo stava aspettando. Era il grande giorno. Il Giorno delle Elezioni. Quell'anno era cominciato come tutti gli anni. Forse un po' peggio, perché era l'anno delle elezioni; ma non era poi tanto peggio di tutti gli altri anni delle elezioni.
I politicanti parlavano del grande corpo elettorale e dell'immensa intelligenza elettronica al suo servizio. La stampa analizzava la situazione per mezzo dei calcolatori industriali - il New York Times e il St. Louis Post Dispatch avevano i loro calcolatori - ed erano pieni di piccole allusioni a quello che stava per accadere. I commentatori televisivi e i giornalisti segnalavano gli Stati e le Contee che si trovavano in felice contraddizione con qualche altro.
La prima sensazione che quell'anno non sarebbe stato simile agli altri si ebbe quando Sarah Muller disse al marito, la sera del 4 ottobre (le elezioni si sarebbero tenute esattamente un mese dopo):
- Cantwell Johnson dice che quest'anno lo Stato sarà l'Indiana. È il quarto. Pensa, questa volta sarà il nostro Stato.
Matthew Hortenweiler levò la faccia carnosa dal giornale, fissò severamente la figlia e grugnì:
- Quegli individui sono pagati per dir bugie. Non ascoltarli.
- L'hanno già detto in quattro - disse Sarah, in tono blando. - Dicono che sarà l'Indiana.
- L'Indiana è uno Stato chiave, Matthew - disse Norman, in tono altrettanto blando. - Sai, è per via dell'Atto Hawkins-Smith e di quella faccenda di Indianapolis. E...
Matthew torse il viso in un'espressione allarmata.
- Nessuno parla di Bloomington o della Contea di Monroe, vero?
- Be'... - disse Norman.
Linda, che seguiva la conversazione levando la faccina appuntita da uno all'altro degli interlocutori, intervenne, pigolando:
- Tu voti, quest'anno, papà?
Norman le sorrise con dolcezza.
- Non credo, cara.
Ma si era nel periodo della crescente eccitazione elettorale, e Sarah aveva vissuto una vita tranquilla, facendo grandi sogni per i suoi parenti. Così disse, in tono carico di desiderio:
- Ma non sarebbe meraviglioso?
- Se io votassi? - Norman Muller aveva i baffetti biondi che gli avevano dato un aspetto attraente agli occhi di Sarah, un tempo, ma che adesso erano troppo ingrigiti per conferirgli un'aria distinta. La sua fronte era segnata da rughe di incertezza sempre più profonde, e, in generale, non si era mai lusingato di essere nato per essere un grand'uomo, o per diventarlo in particolari circostanze. Aveva una moglie, una figlia e un lavoro e, salvo qualche rara crisi di depressione, tendeva a credere di avere ottenuto già abbastanza dalla vita.
Così si sentì un po' imbarazzato e discretamente a disagio, notando la direzione assunta dai pensieri di sua moglie.
- In fin dei conti, mia cara, vi sono duecento milioni di persone in questo Paese, e, con simili probabilità, non credo che dovremmo sprecare il nostro tempo a pensarci sopra.
- Ma, Norman - obiettò Sarah - non si tratta proprio di duecento milioni, e lo sai bene. In primo luogo, sono eleggibili soltanto le persone tra i vent'anni e i sessanta; e sono sempre uomini, così questo riduce gli eleggibili a cinquanta milioni. Poi, se si tratta davvero dell'Indiana...
-...ci sono sempre un milione e duecentocinquanta probabilità contro una. Non vorrai che scommetta su una corsa di cavalli con queste probabilità, vero? Su, mangiamo, adesso.
- Sono tutte sciocchezze - brontolò Matthew, dietro il giornale.
- Tu voti, quest'anno, papà? - chiese ancora Linda.
Norman scosse il capo. E si avviarono, tutti insieme, verso la sala da pranzo. A partire dal 20 ottobre, l'agitazione di Sarah crebbe rapidamente. Al caffè annunciò che la signora Schultz, la quale aveva una cugina che era segretaria di un delegato dell'Assemblea, diceva che tutti i furbi avevano scommesso l'Indiana.
- E dice che il Presidente Villers viene perfino a fare un discorso a Indianapolis.
Norman Muller, che aveva avuto una giornata molto faticosa in negozio, accolse la notizia alzando appena le sopracciglia e non ci pensò più.
Matthew Hortenweiler, che era sempre cronicamente insoddisfatto dell'operato di Washington, dichiarò:
- Se Villers fa un discorso nell'Indiana, questo significa che è convinto che Multivac sceglierà Arizona. Non avrebbe mai il coraggio di avvicinarsi di più, quella testa buca.
Sarah, che ignorava suo padre tutte le volte che poteva, continuò:
- Non so proprio perché non annunciano lo Stato appena sono in grado di farlo; poi dovrebbero annunciare la Contea e così via. Così la gente eliminata potrebbe distendersi i nervi.
- Se agissero in questo modo - osservò Norman - i politicanti seguirebbero gli annunci come tanti avvoltoi. E quando la cerchia si fosse ristretta a una città, ci troveremmo un deputato ad ogni angolo della strada. E magari anche due.
Matthew strinse gli occhi e si passò la mano sui radi capelli grigi.
- Sono avvoltoi, in ogni caso. Senti...
- Su, papà... - mormorò Sarah.
Ma la voce di Matthew si levò alta sulla sua protesta.
- Senti, mi ricordo bene quando hanno piazzato Multivac. Sarebbe stata la fine delle politiche di parte, dicevano. Basta con lo spreco del denaro pubblico nelle campagne elettorali. Basta con le nullità montate dalle campagne pubblicitarie e portate al Congresso e alla Casa Bianca. E adesso guardate quello che succede. La campagna elettorale è più vasta di prima, soltanto che adesso la fanno alla cieca. Manderanno individui nell'Indiana per via dell'Atto Hawkins-Smith e altri individui in California nel caso che la posizione di Joe Hammer accenni a diventare determinante. Secondo me dovrebbero finirla con queste pazzie. Bisogna tornare ai buoni vecchi meto...
- Non vuoi che papà voti quest'anno, nonno? - chiese improvvisamente Linda.
Matthew la guardò
- Non badarci, tu. - E tornò a rivolgersi a Norman e a Sarah. - C'è stato un tempo in cui ho votato. Sono andato diritto verso la cabina, ho stretto i pugni sulle leve e ho votato. Ho detto: "Questo individuo mi piace e io voto per lui". Ecco come dovrebbero andare le cose.
- Tu hai votato, nonno? - chiese eccitatissima Linda. - Hai proprio votato? Sarah si affrettò a intervenire per fermare ciò che minacciava di trasformarsi in una storia incredibile, se fosse diventata di dominio pubblico fra i vicini.
- Oh, non è niente, Linda. Il nonno non voleva dire di aver votato davvero.Tutti votavano in quel modo, e anche il nonno. Ma non era proprio votare, capisci?
Matthew ruggì.
- Non ero un ragazzino, allora. Avevo ventidue anni, ho votato per Langley ed è stato un voto vero e proprio. Forse il mio voto non ha contato molto, ma valeva quanto quello di chiunque altro. Di chiunque altro. E non c'era nessun Multivac che...
- È ora di andare a dormire, Linda - intervenne Norman. - E smettila con queste domande sul voto. Quando sarai grande capirai tutto da sola. Le diede un bacio e la bambina si allontanò, dopo una nuova esortazione materna e dopo aver ottenuto il permesso di guardare la televisione della sua camera fino alle nove e un quarto, se si sbrigava a fare il bagno.
- Nonno - disse Linda. Restò ritta, con la testa china e le mani dietro la schiena fino a che il giornale si abbassò, scoprendo le sopracciglia cespugliose e gli occhi affondati in un nido di rughe. Era venerdì 31 ottobre.
- Sì? - fece il nonno.
Linda si avvicinò, appoggiò gli avambracci sulle ginocchia del vecchio che fu costretto a riporre il giornale.
- Nonno, hai votato davvero, quella volta?
- Hai sentito che l'ho detto, no? - ribatté lui. - Credi forse che racconti frottole?
- N-no. Ma la mamma dice che allora votavano tutti.
- Sicuro che votavano tutti.
- Ma come era possibile? Come potevano votare tutti?
Matthew la guardò con aria solenne, poi la sollevò e se la mise sulle ginocchia. Riuscì perfino ad addolcire il volume della voce.
- Vedi, Linda, circa quarant'anni fa, tutti votavano. Per esempio, volevano stabilire chi doveva essere il nuovo Presidente degli Stati Uniti. I democratici e i repubblicani indicavano i loro candidati, e ogni cittadino poteva dire chi preferiva. Quando era passato il giorno delle elezioni, contavano quante persone volevano il democratico e quante volevano il repubblicano. E chi aveva più voti era eletto. Capisci?
Linda annuì.
- Ma come faceva la gente a sapere per chi doveva votare? Glielo diceva Multivac?
Le sopracciglia di Matthew si abbassarono, dando al suo viso un'espressione severa.
- Votavano secondo il proprio giudizio, bambina mia.
Lei si scostò un poco, e il vecchio abbassò ancora la voce.
- Non sono arrabbiato con te, Linda. Ma, vedi, qualche volta occorreva tutta la notte per contare i voti e la gente diventava impaziente; così inventarono macchine speciali che potevano studiare i primi voti e confrontarli con i voti ottenuti negli stessi posti gli anni precedenti. In questo modo la macchina poteva calcolare com'era il voto di tutta la popolazione e chi era stato eletto. Capisci?
Lei annuì.
- Come Multivac.
- I primi calcolatori erano molto più piccoli di Multivac. Ma poi le macchine diventarono più grandi; potevano dire come erano andate le elezioni basandosi su un numero di voti sempre più piccolo. Poi, alla fine, costruirono Multivac, che può giudicare sulla base di un solo voto.
Linda sorrise: ormai era giunta alla parte della storia che le era già familiare.
- È molto simpatico - disse.
- No, non è simpatico - disse Matthew, accigliandosi. - Non voglio che una macchina mi dica come avrei votato io soltanto perché un buffone di Milwaukee dice di essere contrario all'aumento delle tasse. Forse voglio votare in modo strambo solo per il piacere di farlo. Forse voglio addirittura non votare. Forse...
Ma Linda gli era scivolata dalle ginocchia e stava già battendo in ritirata. Proprio sulla porta incontrò sua madre. Indossava ancora il soprabito e non aveva avuto tempo di togliersi il cappello; disse, senza fiato:
- Sono stata da Agatha.
Matthew la guardò con aria critica, degnò la notizia di un grugnito che fu l'unico commento, poi riprese il giornale.
- E indovina cosa ha detto - cominciò Sarah, slacciandosi il soprabito.
Matthew lisciò le pagine del giornale, deciso a riprendere la lettura.
- Non me ne importa niente - disse.
- Ma, papà... - disse Sarah. Non aveva il tempo di arrabbiarsi. Doveva raccontare le notizie e suo padre era l'unico ascoltatore disponibile, quindi continuò:
- Il marito di Agatha è poliziotto, lo sai, e dice che una quantità di agenti del servizio segreto sono arrivati questa notte a Bloomington.
- Non sono venuti per me.
- Ma non capisci? Agenti del servizio segreto, e siamo in tempo di elezioni. E sono venuti a Bloomington!
- Forse stanno cercando il rapinatore d'una banca.
- Sono anni che non hanno rapinato una banca, in città... Sei proprio incorreggibile.
E se ne andò.
Neanche Norman Muller accolse la notizia con maggiore interesse.
- Ma, Sarah, come fa Joe a sapere che sono agenti del servizio segreto? - chiese con calma.
- Non andranno certo in giro con la tessera incollata sulla fronte!
Ma la sera dopo... era il primo novembre... Sarah poté annunciare, trionfalmente:
- Tutti, qui a Bloomington, prevedono che sarà uno di qui, l'elettore. Lo dice anche il News e lo dice anche la televisione.
Norman si agitò, a disagio. Non poteva negarlo, ormai; si sentiva stringere il cuore. Se Bloomington stava per essere davvero colpita dalla folgore di Multivac, questo avrebbe significato giornalisti, spettacoli televisivi, turisti, seccature e novità a non finire. A Norman piaceva l'andamento tranquillo della sua esistenza, e la politica, fino ad allora tanto lontana, si stava facendo sempre più vicina, purtroppo...
- Tutte chiacchiere - disse. - Nient'altro che chiacchiere.
- Aspetta e vedrai, allora. Aspetta e vedrai.
Non vi fu molto da aspettare, comunque, perché il campanello squillò con insistenza, e quando Norman andò ad aprire, un uomo alto dalla faccia molto seria gli chiese:
- È lei Norman Muller?
- Sì - disse Norman, con una strana voce morente. Non era difficile capire, dal portamento dello sconosciuto, che si trattava di un tipo abituato a esercitare una notevole autorità, e la ragione della sua apparizione divenne inevitabilmente ovvia almeno quanto era apparsa assolutamente impossibile fino a un attimo prima. L'uomo presentò le sue credenziali, entra in casa, si chiuse la porta alle spalle e pronunciò la formula di rito.
- Signor Muller, debbo informarla, da parte del Presidente degli Stati Uniti, che lei è stato scelto per rappresentare l'elettorato americano, giovedì 4 novembre 2008.
Norman Muller riuscì, con qualche difficoltà, ad arrivare fino alla poltrona senza l'aiuto di nessuno. Sedette, pallido e quasi insensibile, mentre Sarah portava un po' d'acqua e gli mormorava fra i denti:
- Non star male, Norman. Non star male. O sceglieranno qualcun altro, al tuo posto.
- Mi scusi - disse Norman all'agente, appena fu di nuovo in grado di parlare.
L'agente del servizio segreto si era tolto il cappotto, si era sbottonato la giacca e si era seduto comodamente sul divano.
- Tutto bene - disse. L'espressione ufficiale sembrava essere sparita dal suo volto dopo l'annuncio di rito; adesso aveva l'aria di un grosso uomo cordiale.
- È la sesta volta che porto questo annuncio e ho assistito a reazioni di ogni tipo. E nessuna che assomigliasse a quelle che si vedono sul video. Capisce quello che intendo? Quell'atteggiamento devoto e consacrato, il personaggio che dice: "Sarà un grande privilegio servire il mio Paese". Roba del genere, insomma. - E l'agente rise, perfettamente a suo agio. La risata di Sarah, che gli fece eco, aveva una nota acuta da isterica.
- Ora dovrò rimanere con lei per qualche tempo - continuò l'agente. – Mi chiamo Phil Handley, e sarò lieto se mi chiamerà Phil. Il signor Muller non potrà più lasciare la casa fino al giorno delle elezioni. Signora Muller, lei dovrà informare il magazzino che suo marito è ammalato. Lei potrà uscire ancora per qualche giorno, ma deve promettere di non lasciarsi sfuggire neanche una parola. D'accordo, signora Muller?
Sarah annuì con forza:
- D'accordo. Non una parola.
- Benissimo. Ma, signora Muller - Handley assunse un'aria grave - badi che non stiamo scherzando. Esca soltanto se è necessario; e in ogni caso lei sarà pedinata. Mi dispiace, ma dobbiamo agire in questo modo.
- Pedinata?
- Nessuno se ne accorgerà. Non si preoccupi. E poi mancano solo due giorni all'annuncio ufficiale alla nazione. Sua figlia...
- È a letto, adesso - fece Sarah, in fretta.
- Bene. Dovremmo dirle che io sono un parente o un amico che è venuto a stare qui per qualche giorno. Se dovesse scoprire la verità, dovrà rimanere in casa a sua volta. In quanto a suo padre, farà bene a rimanere in casa comunque.
- Questo non gli andrà a genio - disse Sarah.
- Non possiamo farci niente. Ora, dal momento che nessun altro vive con voi...
- Mi pare che lei sappia proprio tutto, sul nostro conto - mormorò Norman.
- Abbastanza - ammise Handley. - Ad ogni modo, queste sono le mie istruzioni, per il momento. Cercherò di fare del mio meglio per ridurre al minimo il disturbo. Il governo rimborserà le spese per il mio mantenimento. Ogni notte verrò sostituito da qualcuno che rimarrà a sedere in questa stanza, così non ci sarà il problema di sistemarmi da qualche parte a dormire. Ora signor Muller...
- Sì, signore?
- Mi chiami pure Phil - disse di nuovo l'agente. - Lo scopo di questi due giorni preliminari è di abituarla alla sua condizione. Preferiamo che lei si presenti davanti a Multivac in condizioni di spirito il più possibile normali. Si rilassi e cerchi di sentirsi come in un giorno qualsiasi. D'accordo?
- D'accordo - fece Norman; ma poi scosse il capo, violentemente. - Ma non voglio una simile responsabilità. Perché proprio io.
- E va bene - disse Handley. - Cercherò di spiegarle. Multivac soppesa miliardi e miliardi di fattori conosciuti. Ma c'è un fattore incognito, e che rimarrà incognito ancora per molto tempo: la reazione della mente umana. Tutti gli americani sono modellati, in un certo senso, dall'influenza di quello che fanno e dicono gli altri americani. Si può portare qualsiasi americano davanti a Multivac, perché Multivac osservi le sue inclinazioni, le sue tendenze. E da questa osservazione si può dedurre quali sono le inclinazioni e le tendenze di tutti gli altri cittadini. Qualche americano è più adatto degli altri a questo scopo, in certi periodi determinati, a seconda degli avvenimenti dell'annata. Multivac ha scelto lei, quest'anno, come il più rappresentativo. Non il più intelligente o il più forte o il più fortunato: ma il più rappresentativo. Non vorrà mettere in dubbio la competenza di Multivac, per caso?
- Ma non potrebbe sbagliare? - chiese Norman.
- Non lo ascolti, signore! - interruppe Sarah, che aveva ascoltato con impazienza. - È innervosito, capisce? Ma in realtà è molto bene informato, e si tiene sempre al corrente della politica.
- È Multivac che ha deciso, signora Muller - disse Handley. - E ha scelto suo marito.
- Ma Multivac sa proprio tutto? - insisté cocciuto Norman. - Non potrebbe avere sbagliato?
- Sì, è possibile. Tanto vale che io sia sincero. Nel 1993, un Elettore designato morì di un colpo prima che gli venisse notificata la scelta. Multivac non l'aveva predetto: non poteva farlo. Un Elettore potrebbe essere mentalmente instabile, moralmente inadatto, o addirittura sleale. Multivac non può sapere tutto di tutti fino a che non ha assorbito tutti i dati possibili e immaginabili. Ecco perché si tengono sempre pronte alcune designazioni di riserva. Ma credo che questa volta non ve ne sarà bisogno. Lei è in buona salute, signor Muller, e ci siamo informati bene sul suo conto. Lei è l'uomo adatto.
Norman si nascose il volto fra le mani e rimase immobile.
- Domattina sarà perfettamente a posto - promise Sarah. - Deve soltanto abituarsi, tutto qui.
- Naturalmente - disse Handley.
Nell'intimità della camera da letto, Sarah Muller si espresse in un linguaggio diverso e molto più energico. Il motivo principale della sua predica era questo:
- Norman, cerca di controllarti. Tu stai tentando di buttar via la grande occasione della tua vita!
- Ho paura, Sarah - mormorò Norman, disperato. - Questa faccenda mi fa paura.
- Per l'amor di Dio, ma perché? Che altro hai da fare se non rispondere a un paio di domande?
- La responsabilità è troppo grande.
- Che responsabilità? Multivac ti ha scelto. La responsabilità è di Multivac. Lo sanno tutti.
Norman sedette sul letto in uno scatto di ribellione.
- Tutti credono di saperlo. Ma non lo sanno. Loro...
- Abbassa la voce - Sìbilò gelida Sarah. - O ti sentiranno in tutta la città.
- Non lo sanno - disse Norman, abbassando la voce in un sussurro. – Quando parlano della presidenza di Ridgely, del 1988, parlano forse delle sue promesse non mantenute e della sua politica razzista? No. Parlano del "maledetto voto Mac Comber", come se Humphrey Mac Comber fosse il responsabile di tutto solo per essersi presentato davanti a Multivac. Anch'io mi sono espresso così... solo adesso capisco che quel povero diavolo era soltanto un contadino che non aveva chiesto affatto di essere scelto. Perché la colpa dovrebbe essere più sua che degli altri? Eppure adesso tutti maledicono il suo nome.
- Non essere così puerile! - disse Sarah.
- Sto diventando sensibile. E ti dico, Sarah, che non accetterò. Non possono costringermi a votare, se non voglio. Dirò che sono ammalato. Dirò che sono...
Ma Sarah ne aveva avuto abbastanza.
- E adesso ascolta me! - mormorò, in preda a una gelida ira. - Non devi pensare soltanto a te stesso. Sai cosa significa essere l'Elettore dell'Anno. Significa pubblicità e fama, e un mucchio di quattrini...
- E poi tornerò a essere un commesso qualunque.
- No. Potrai avere un incarico direttivo, se avrai un po' di cervello; e lo avrai, perché ti dirò io quello che devi fare. Potrai controllare la pubblicità, se giochi bene le tue carte, e potrai costringere la Magazzini Kennel a farti un contratto stabile, con una clausola per gli aumenti di stipendio e per una pensione decente.
- Ma non è questo che conta quando si è Elettori, Sarah!
- Per te sarà questo che conterà. Se pensi di non dovere niente a te stesso o a me... e io non chiedo niente per me... pensa almeno a Linda.
Norman gemette.
- No, forse? - insisté Sarah.
- Sì, cara - mormorò Norman.
Il tre novembre fu dato l'annuncio ufficiale, ed era ormai troppo tardi per ritirarsi, anche se Norman fosse riuscito a trovare il coraggio di tentare una cosa simile.
La casa fu sigillata. Gli agenti del servizio segreto la circondarono, bloccando ogni tentativo di avvicinamento. In principio il telefono squillò ininterrottamente, e Philip Handley rispose a tutte le chiamate, con un sorriso di scusa. Alla fine il centralino smistò direttamente le comunicazioni alla centrale di polizia.
Norman immaginò che, in questo modo, gli venivano risparmiate non solo le verbose e invidiose congratulazioni degli amici, ma anche le insistenti offerte dei commessi viaggiatori e l'insinuante gentilezza dei politicanti che cercavano lui, da tutta la nazione... forse persino le minacce di morte da parte degli inevitabili maniaci.
Gli agenti proibirono perfino l'ingresso dei giornali, nella casa, per evitare le pressioni indirette, e staccarono la televisione, gentilmente ma con fermezza, nonostante le proteste di Linda.
Matthew brontolava e se ne stava chiuso in camera sua. Linda, dopo i primi momenti di eccitazione, si era avvilita per la proibizione di uscire di casa.
Sarah divideva il suo tempo tra la preparazione dei pasti e i progetti per il futuro. E Norman si sentiva sempre più depresso. Venne finalmente la mattina di giovedì 4 novembre 2008. Il Giorno delle Elezioni. La colazione era pronta già di buon'ora, ma soltanto Norman Muller riuscì a mangiare, meccanicamente. Nemmeno dopo essersi raso e aver fatto la doccia si sentì restituito alla realtà. Gli pareva di essere sudicio di fuori come si sentiva sudicio di dentro. La voce amichevole di Handley faceva il possibile per distendere una parvenza di normalità in quell'alba grigia e ostile. Le previsioni del tempo parlavano di una giornata coperta, con possibilità di piogge prima di mezzogiorno.
- Terremo isolata questa casa fino a che il signor Muller non sarà tornato - disse Handley. - Ma poi ci toglieremo tutti di torno. - L'agente del Servizio Segreto era in divisa, adesso; e portava al fianco le armi regolamentari, nelle fondine dalle borchie d'ottone.
- Lei non ci ha dato nessun disturbo, signor Handley - fece Sarah in tono affettato.
Norman ingurgitò due tazze di caffè, si asciugò le labbra con il tovagliolo, si alzò e annunciò, con uno scatto:
- Sono pronto. Anche Handley si alzò.
- Benissimo. E grazie, signora Muller, della sua gentilissima ospitalità.
Il carro armato passava ronzando per le strade deserte. Erano troppo deserte, quelle strade, perfino per quell'ora del mattino.
- Provvediamo sempre a dirottare il traffico dal percorso dell'Elettore - spiegò Handley. - Sa, da quando vi fu l'attentato che per poco non rovinò le elezioni Leverett, nel '92.
Quando il carro armato si fermò, Handley, gentilmente come sempre, aiutò Norman a uscirne e lo guidò in un tunnel sotterraneo lungo le cui pareti erano allineati parecchi soldati sull'attenti.
Lo condussero in una stanza molto illuminata, dove tre uomini in camice bianco lo accolsero sorridendo.
- Ma questo è l'ospedale - disse Norman.
- Non ha importanza - ribatté Handley. - E proprio in un ospedale che vi sono tutti i servizi che occorrono.
- Bene, cosa debbo fare?
Handley annuì. Uno dei tre uomini in camice bianco si fece avanti.
- Mi incarico io di tutto, agente - disse.
Handley salutò, familiarmente, e uscì dalla stanza.
- Non vuole sedersi, signor Muller? - chiese l'uomo in camice bianco. – Io sono John Paulson, Calcolatore Anziano. E questi signori sono Samson Levine e Peter Dorogobuzh, i miei assistenti.
Norman strinse le mani a tutti, stordito. Paulson era un uomo di media statura con un volto che sembrava abituato a sorridere sempre, e portava, visibilmente, la parrucca. Aveva occhiali antiquati, cerchiati di plastica.
Accese una sigaretta, mentre parlava, e ne offrì anche a Norman. Ma Norman rifiutò.
- In primo luogo, signor Muller - disse Paulson - lei deve sapere che non c'è fretta. Vogliamo rimanere con lei anche tutto il giorno, se è necessario, in modo che lei si abitui all'ambiente che la circonda e superi qualsiasi dubbio, se ne ha. Qui non c'è niente di insolito né di clinico, se comprende quello
che voglio dire.
- Capisco - disse Norman. - Ma vorrei che tutto finisse in fretta.
- Comprendo il suo modo di pensare. Tuttavia, vogliamo che lei sappia esattamente quello che avverrà. Tanto per cominciare, Multivac non è qui.
- No? - In un certo senso, per quanto si sentisse depresso, Norman si era guardato intorno per cercare Multivac. Dicevano che era lungo mezzo miglio e alto come una casa a tre piani, e che cinquanta tecnici si aggiravano continuamente nell'interno delle sue strutture. Era una delle meraviglie del mondo.
Paulson sorrise.
- No. Non si può trasportare, lo sa. È situato nel sottosuolo, infatti, e pochissime persone sanno esattamente dove si trova. E lei ne comprenderà facilmente il motivo, dato che si tratta della nostra più grande risorsa. Mi creda, non lo adoperiamo soltanto per le elezioni.
Norman capì che l'altro voleva farlo chiacchierare per metterlo a suo agio, ma si sentì imbarazzato ugualmente.
- Credevo che lo avrei visto. Mi sarebbe piaciuto.
- Ne sono certo. Ma occorrerebbe un ordine presidenziale che dovrebbe essere vistato dal Dipartimento della Sicurezza. Tuttavia, noi siamo in contatto con Multivac, per mezzo di un collegamento radio. Ciò che Multivac dice può essere interpretato anche qui e ciò che noi diciamo viene trasmesso direttamente a Multivac. Quindi, in un certo senso, siamo in sua presenza.
Norman si guardò attorno. Le macchine che erano in quella stanza non significavano niente, per lui.
- Adesso lasci che le spieghi, signor Muller - continuò Paulson. - Multivac ha già la maggior parte delle informazioni necessarie per decidere le elezioni, nazionali, statali e locali. Ora ha bisogno soltanto di controllare alcuni imponderabili atteggiamenti della mente umana, e lei è qui per questo. Non possiamo dirle quali domande le rivolgerà, ma queste domande possono non avere un grande significato, per lei o magari anche per noi. Può chiederle cosa ne pensa del servizio della nettezza urbana nella sua città; e se lei preferisce i bruciatori centralizzati. Potrebbe chiederle se lei ha un medico personale, o se si serve dell'Ente Nazionale della Medicina. Mi capisce?
- Sì, signore.
- Qualsiasi cosa chieda, lei risponda con parole sue e nel modo che preferisce. Se pensa di doversi spiegare più ampiamente, lo faccia. Parli anche un'ora, se è necessario.
- Sì, signore.
- Un'altra cosa. Dovremo fare uso di alcuni semplici congegni che registreranno automaticamente la pressione sanguigna, la conduttività della pelle e l'emanazione delle onde cerebrali mentre lei parla. Si tratta di un macchinario imponente, ma lei non sentirà assolutamente il minimo dolore. Non si renderà nemmeno conto di quello che avverrà.
Gli altri due tecnici erano già occupati con un apparecchio lucente, montato su rotelle bene oliate.
- Serve per controllare se mentirò o se dirò la verità? - chiese Norman.
- No, signor Muller. Non è questione di menzogna o di verità. Si tratta soltanto di controllare l'intensità delle emozioni. Se la macchina chiede la sua opinione sulla scuola di sua figlia, lei può dire: "Mi sembra che sia sovraffollata". Queste sono soltanto parole: ma dal modo con cui reagiranno il suo cervello, il cuore, i suoi ormoni e le sue ghiandole sudorifere, Multivac potrà giudicare esattamente quanto sia intenso il suo pensiero al riguardo. E potrà capire i suoi sentimenti meglio di quanto non possa farlo lei stesso.
- Non lo sapevo - mormorò Norman.
- Ne sono certo. La maggior parte dei particolari sul lavoro svolto da Multivac sono tenuti rigorosamente segreti. Per esempio, quando tutto sarà finito, lei dovrà firmare una dichiarazione in cui si impegna a non rivelare mai la natura delle domande che le sono state rivolte, la natura delle sue risposte, ciò che si è fatto e come è stato fatto. Meno si sa, sul conto di Multivac, minore è la probabilità che vengano esercitate pressioni esterne sugli uomini che gli servono. - E sorrise, senza allegria. - La nostra vita è già abbastanza dura anche così.
Norman annuì.
- Capisco.
- Ed ora, vuole mangiare o bere qualcosa?
- No, grazie.
- Ha qualche domanda da rivolgermi?
Norman scosse il capo.
- Ci dica quando è pronto.
- Sono pronto.
- Ne è certo?
- Certissimo.
Paulson annuì, e fece un cenno agli altri.
Spinsero avanti il loro spaventoso apparecchio e Norman Muller si accorse che il respiro gli veniva più affannoso, adesso, mentre lo guardava. La prova durò quasi tre ore, con una breve interruzione per bere un po' di caffè e una imbarazzante seduta con un vaso da notte. E, durante tutto questo tempo, Norman Muller rimase incastonato nell'apparecchio, che gli aderiva addosso tanto da premergli le ossa. Pensò, ironicamente, che la sua promessa di non rivelare niente di ciò che era accaduto era molto facile da mantenere. Già adesso le domande erano una vaga confusione nella sua mente. In un certo senso aveva pensato che Multivac gli avrebbe parlato con una voce sepolcrale, superumana, risonante ed echeggiante, ma, dopotutto, si era trattato di un'idea ispiratagli dagli spettacoli televisivi. La realtà era così poco drammatica da essere perfino deludente. Le domande erano strisce di metallo coperte di punti. Una seconda macchina convertiva le domande in parole e Paulson leggeva le domande a Norman, poi gli passava i fogli con la traduzione in chiaro e lasciava che li leggesse da solo. Le risposte di Norman erano trascritte da un registratore, poi gli venivano sottoposte per una conferma. Le correzioni e le aggiunte venivano registrate con lo stesso sistema. Tutto questo veniva poi passato a una macchina che traduceva le risposte in simboli, che venivano trasmessi a Multivac. L'unica domanda che Norman poteva ricordare sul momento era un pettegolezzo incongruo:
"Cosa ne pensa del prezzo delle uova?"
Adesso tutto era finito. Gli tolsero gli elettrodi da tutto il corpo, con molta delicatezza, gli svolsero la fascia che gli stringeva il braccio, portarono via la macchina.
Lui si alzò, trasse un profondo respiro un po' tremulo, e chiese:
- è tutto? Ho finito?
- Non ancora. - Paulson gli si avvicinò, sorridendo in maniera rassicurante.
- Devo chiederle di rimanere qui ancora un'ora.
- Perché? - volle sapere Norman.
- E il tempo che occorre a Multivac per intessere i nuovi dati ai miliardi di dati che sono già in suo possesso. Si tratta di migliaia di elezioni, lo sa. È un procedimento molto complicato. Può darsi che vi sia qualche contestazione, che la carica di economo di Phoenix, Arizona, o qualche seggio nel consiglio comunale di Wilkesboro, North Carolina, sia in dubbio. In questo caso, Multivac può essere costretto a rivolgerle un paio di domande decisive.
- No - disse Norman. - Non me la sento di ricominciare.
- Probabilmente non sarà necessario - disse con calma Paulson. - Capita molto di rado. Ma lei deve rimanere. - Una punta d'acciaio, appena appena, sembrò affiorare nella sua voce educata.
- Lei non ha scelta, lo sa. Deve rimanere.
Norman sedette; si sentiva privo di forze.
- Non possiamo permetterle di leggere un giornale - disse Paulson. - Ma se vuol leggere un giallo, o se vuole giocare a scacchi o se c'è qualcosa che possiamo fare per aiutarla a passare il tempo, lo dica pure liberamente.
- Oh, non importa. Aspetterò e basta.
Lo accompagnarono in una stanzetta vicino a quella in cui era stato interrogato. Sprofonda in una poltrona ricoperta di plastica e chiuse gli occhi. Doveva aspettare che arrivasse il momento decisivo.
Adesso si sentiva perfettamente sveglio; lentamente la tensione lo lasciò. Il suo respiro si placava, e ormai poteva stringere le mani senza che le dita gli tremassero violentemente. Forse non vi sarebbero state altre domande. Forse era tutto finito. E, se tutto era finito davvero, la prima cosa che sarebbe accaduta, ora... sarebbe stata una fiaccolata e inviti a presenziare ad ogni sorta di funzioni.
L'Elettore dell'Anno! Lui. Norman Muller, semplice commesso di un piccolo magazzino di Bloomington, Indiana, che non era nato grande e non aveva raggiunto la grandezza, si sarebbe trovato nella straordinaria posizione di un uomo su cui si fondava la Grandezza. Gli storici avrebbero parlato sobriamente delle Elezioni Muller del 2008. Perché avrebbero portato il suo nome: Elezioni Muller. La pubblicità, un lavoro migliore, il fiume di denaro che interessava tanto a Sarah occupavano soltanto una parte della sua mente. Tutto questo sarebbe stato benvenuto, naturalmente. Non poteva rifiutarlo. Ma sul momento c'era qualcosa d'altro che cominciava ad interessarlo. Dentro di lui cominciava ad agitarsi un patriottismo latente. Dopotutto, lui stava rappresentando l'intero elettorato. Era il punto focale, per tutti! Per quel giorno lui riuniva nella sua persona tutti gli elettori d'America!
La porta si aprì, ridestando automaticamente la sua attenzione. Per un attimo provò una contrazione allo stomaco. Non altre domande! Ma Paulson sorrideva.
- Tutto fatto, signor Muller.
- Nessun'altra domanda, signore?
- No. È tutto chiarissimo. Ora lei verrà accompagnato di nuovo a casa, e d'ora innanzi lei sarà di nuovo un privato cittadino. O almeno, lo sarà nella misura in cui glielo permetterà il pubblico.
- Grazie. Grazie. - Norman arrossì, poi continuò: - Mi domando... mi domando chi è stato eletto.
Paulson scosse il capo.
- Bisognerà aspettare l'annuncio ufficiale. Le disposizioni sono molto rigide. Non possiamo dirlo nemmeno a lei. Spero che comprenderà.
- Oh, sì, naturalmente. - Norman si sentì imbarazzato.
- Il servizio segreto le darà i documenti da firmare.
- Sì. - Improvvisamente Norman Muller si sentì orgoglioso. In questo mondo imperfetto, i cittadini sovrani della prima e più grande Democrazia Elettronica avevano, per mezzo di Norman Muller - per suo mezzo! - esercitato ancora una volta il loro libero e inalienabile diritto di voto.

martedì 10 marzo 2009

Impariamo a dire sì

Dobbiamo imparare a dire sì. Nucleare no, liberalizzazione edile no. Da sinistra arrivano solo no e non si fanno proposte, solo opposizione poco costruttiva e nel caso della liberalizzazione edilizia la critica casca a pennello.

Bene! io voglio dare il buon esempio e rovesciare questo andazzo, voglio far arrivare qualche meditato sì da sinistra, ovviamente dando la precedenza a destra e guidando con prudenza.

L'idea mi è venuta con la recente proposta del nucleare anche se a dire il vero qualche sì avevo provato a dirlo molto prima ma senza gran successo, sicuramente a causa della mia poca avvedutezza. Ricordo, infatti, che molto tempo fa avevo sentito parlare di fondi off-shore e fu allora che affidai ad un mio amico circa 200.000 lire, lo feci in gran segreto perchè ero consapevole che la cosa poteva avere dei risvolti penali. Il mio amico aveva affittato una barca a vela insieme ad altre persone e stava per partire per una gita di una settimana, io pensai di affidargli quel capitale per farlo portare al largo sperando che me ne tornasse un lauto guadagno. Ero consapevole che la faccenda puzzava di reato ma la speranza di veder crescere il mio capitale valeva bene un po' di timore. E invece niente, quando il mio amico tornò mi restituì le stesse 200.000 lire che gli avevo dato, ricordo che erano solo un po' umidiccie. Naturalmente si trattava di persona fidata per cui non pensai minimamente che avesse potuto tenere per sè qualcosa. Il mancato guadagno era sicuramente dovuto alla mia scarsa competenza finanziaria. Peraltro lui, prima di partire, mi disse subito che non è portandoli in barca che i soldi crescono ma, preso dall'entusiasmo del mio sì, non volli credergli.
Comunque da allora è passato un po' di tempo e adesso sono diventato più scaltro!

Torno al mio odierno sì, la faccenda è delicata. Come sappiamo si vogliono costruire delle centrali nucleari e il problema delle scorie potrebbe essere di un certo rilievo. Io voglio dare subito il mio contributo sperando che dalla sinistra qualcuno segua l'esempio. Metto a disposizione il mio terrazzino di 16 metri quadrati per stoccare qualche fusto di plutonio. Ovviamente in casa si è aperto un dibattito al riguardo che però si è svolto secondo le più rigorose regole democratiche e alla fine la proposta è stata accettata a larga maggioranza. L'unico membro della famiglia che all'inizio manifestava qualche nota di fastidio era la gattina che sul terrazzo ci scorazza da mattina a sera però, considerando il suo passato di attivista di sinistra, ce lo aspettavamo. Abbiamo pensato di risolvere la faccenda discutendone civilmente, ognuno avrebbe presentato la sua mozione e poi le avremmo votate ma, inspiegabilmente, al momento di esporre le sue argomentazioni, la gattina non ha profferito parola! Per cui la mozione a favore dello stoccaggio di scorie radioattive sul terrazzino è passata con due voti favorevoli e una astenuta.

Spero che questo modesto esempio possa far cambiare orientamento alla sinistra del no.

Quasi dimenticavo. Per quanto riguarda la liberalizzazione edilizia, il mio 20% di ampliamento dell'appartamento lo posso fare al centro del Parco della Caffarella? E' una zona che mi piace tanto! Naturalmente dai veterocomunisti mi aspetto una pioggia di no ma da destra mi aspetto un po' di riconoscenza!

Edvard Munch, Friedrich Nietzsche, 1906

Stemma della necessità!
Dell'essere costellazione suprema
che nessun desiderio raggiunge,
che nessun no contamina,
eterno sì dell'essere,
eternamente io sono il tuo sì.


Dai Ditirambi a Dioniso di F. W. Nietzsche

....e infatti Nietzsche non era di sinistra e nonostante i molti commentatori, che dicono si riferisse ad altro, non è escluso che il filosofo abbia visto l'attuale presidente del consiglio in uno degli eterni ritorni!

domenica 8 marzo 2009

Stanza d'albergo

Edward Hopper, Hotel room, 1931

Di lei non sappiamo nulla,
dei suoi pensieri più intimi,
dei suoi sogni, dei suoi ricordi,
della lettera che sta leggendo,
dei bagagli non ancora disfatti.
Non sappiamo nulla.
Una storia alle spalle,
un viso in ombra,
nient'altro.
Non sappiamo altro.
Quanti l'hanno amata perchè non sopportavano l'idea di non saperne niente?
Quanti l'hanno odiata perchè non ne sapevano niente?
Quanti sapranno amarla anche se non potranno mai sapere nulla di lei?

venerdì 6 marzo 2009

I tempi delle crisi

Berlusconi dice che la crisi economica c'è ma che i media esagerano. Naturalmente non si è fatto mancare l'occasione per lanciare il suo canto di dolore per essere continuamente bersaglio di critiche, povera creaturella!
Per un momento penso che a proposito della crisi abbia ragione. Non perchè ritenga utile o intelligente il suo ottimismo a buon mercato, anzi. Apprezzo l'ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione di gramsciana memoria, e qui solo un idiota non vedrebbe che siamo su un altro pianeta. Penso tuttavia che abbia ragione, anche se non so quanto ne sia consapevole, perchè la vera crisi di questo paese non è quella economica ma è quella che si infiltra negli animi delle persone privandole della volontà, della consapevolezza di essere cittadini. Si potrebbe parlare di crisi morale ma sarebbe solo una pallida similitudine con la madre della crisi, è molto di più, è la crisi della volontà, e la crisi morale non è che una delle sue figlie.
Non è una crisi di oggi, viene da molto lontano e forse c'è qualcosa di strisciante in noi italiani che la fa essere sempre presente, a volte latente, a volte paradossalmente manifesta. Dico paradossalmente manifesta perchè se devo sintetizzarla in una battuta è proprio la vocazione all'invisibilità che diventa diffusa tra gli italiani.
Al di là delle origini di questa crisi, la cui analisi è oltre le mie capacità, ciò che mi spaventa sono i suoi tempi, la sua durata. La crisi economica durerà 2, 3, forse 5 anni, nella storia recente ce ne state altre e i loro tempi bene o male sono stati questi. Non sottovaluto le situazioni drammatiche della crisi economica ma le crisi che temo di più hanno tempi molto più lunghi, a volte possono durare decenni e gli esiti lasciano strascichi per intere generazioni. Queste crisi non cambiano solo l'economia di un paese ma si infiltrano nella mente delle persone, ne mortificano i desideri, le passioni, al punto da condurle a pensare che è meglio non averne alcuno. Anche in questo caso la nostra storia può dirci qualcosa.
Oggi non c'è il rischio di autoritarismo del passato, i tempi fortunatamente sono cambiati. Ha ragione Sartori quando dice che non si può parlare di regime, al più di un sultanato, resta la comune matrice che toglie alimento alla democrazia in maniera strisciante.

Nel 1917, il fascismo era di là da venire, Antonio Gramsci sentì nell'aria l'odore di quella crisi, la vide chiaramente ancor prima che arrivasse eppure, vent'anni dopo, non potè vederne la fine.

"INDIFFERENTI
Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costrutti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti."

Antonio Gramsci, La Città futura, numero unico pubblicato dalla Federazione giovanile socialista piemontese, 11 febbraio 1917.
In: A. Gramsci, Le opere, a cura di A.A. Santucci, Editori Riuniti, 1997, p. 23-25.


Io non so dire se davvero odio gli indifferenti. La sofferenza che vedo nei volti di molti indifferenti, il tintinnio di catene invisibili mi impedisce il sentimento dell'odio, ma è certo che mi fanno molta paura. E' altrettanto certo che invece odio, fortemente odio, i maestri dell'indifferenza, coloro che a qualunque livello esercitano il loro effetto di livellamento che annulla la differenza delle persone. Ma, in definitiva, chi sono questi maestri dell'indifferenza se non ex indifferenti?

giovedì 5 marzo 2009

Conti della serva ingenua

Recentemente la CGIL ha fatto alcune stime sul numero di lavoratori precari della pubblica amministrazione che rischiano di perdere il posto entro la fine del 2009. Le stime, eseguite sulla base delle valutazioni della Ragioneria dello Stato, sono di circa 400.000 lavoratori cui si aggiungerebbero altri 100.000 se si considerano le cosiddette "figure non censite". Si tratta di lavoratori che, una volta perso il lavoro, non avrebbero alcuna copertura economica. Una quantità enorme di persone che, stando al numero di occupati del 2007 in Italia pari a 23.220.000 tra pubblico e privato (dati ISTAT, pag. 67), rappresentano dal 1,7% al 2,2% della forza lavoro di questo paese.
Il PD ha proposto una misura eccezionale per fare fronte a questa emergenza, un assegno a chi perde il posto di lavoro per tutto il 2009. La maggioranza parla di proposta propagandistica e sostiene che è priva di copertura finanziaria.
Sulla faccenda che si tratti di una proposta propagandistica io non intervengo, gli esperti in materia di demagogia sono loro e se lo dicono qualcosa di vero potrebbe pure esserci! Per quanto riguarda la copertura finanziaria invece ho fatto due conti della serva. Una serva ingenua che non ha tutte le competenze del caso ma è una di quelle che va a fare la spesa e che vive in mezzo alla gente vera. La serva contabile è così ingenua da pensare addirittura che in una situazione di crisi sociale i membri più fortunati della società aiutino quelli meno fortunati.
Diamo per buona che i precari che perderanno il lavoro nel 2009 e che usufruirebbero di questa misura eccezionale possono essere 500.000. I lavoratori in Italia nel 2007 erano 23.220.000, di cui 3.734.500 nel pubblico (considerando che il 65% del settore 'Istruzione, Sanità e altri servizi' sia pubblico) e 19.485.500 nel privato. Consideriamo questi numeri buoni per la situazione attuale. Fissiamo l'assegno ad un valore minimo di 800 € per 12 mesi per i 500.000 lavoratori. La copertura dovrebbe essere di 4.800.000.000 €. Consideriamo anche che la faccenda si risolva tra lavoratori e in particolare tra quelli del settore pubblico che a questo punto sarebbero 3.235.000, la copertura totale della cifra si otterrebbe con un prelievo mensile dalle buste paga di 124 € per 12 mesi. Non è una cifra enorme considerando che è un valore medio e che con le opportune modulazioni, per raggiungere una quota di prelievo equilibrato tra i vari redditi, si ridurrebbe per chi guadagna poco e aumenterebbe per chi guadagna tanto, come sarebbe giusto. Siccome la serva contabile è proprio ingenua pensa anche "perchè non prendere un 20% da tutti i ricchi premi che si distribuiscono quotidianamente nelle varie trasmissioni televisive della Rai, che pure è pubblica?" ma non saprebbe fare i conti con queste cifre, eppure sa che c'è chi dovrebbe saperli fare. La cifra media di 124 € allora si ridurrebbe, forse in maniera sensibile. Lo stesso meccanismo se applicato nel privato, sempre considerando i soliti 124 €, potrebbe sostenere per almeno 12 mesi fino a 2.615.000 lavoratori del settore privato che perderebbero il lavoro. Magari ricorrendo anche qui al contributo dei ricchi premi distribuiti quotidianamente dalle televisioni private la cifra media si ridurrebbe.
Per quanto ingenua la serva contabile non penserebbe più ai tagli dei privilegi dei politici come fonte di finanziamento di queste iniziative, in questo caso non sarebbe solo ingenua.
Questi sono conti ingenui, sicuramente impraticabili, fatti quasi alle soglie della disperazione, tanto per non scomodare la maggioranza di governo che non ha alcuna intenzione di intraprendere la lotta all'evasione (per ovvi motivi) né ha alcuna dimestichezza con i concetti di disagio sociale (qui i motivi sono meno ovvi perchè l'etologia, nonostante gli sforzi di Piero Angela e di Danilo Mainardi, non ha la divulgazione che merita). Conti dettati dall'impressione che le misure per gli ammortizzatori sociali di 8 miliardi di euro stanziati dal governo possano essere insufficienti per un anno, visto che i soli 500.000 precari del settore pubblico ne richiederebbero 4,8 di miliardi e se a questi si aggiungono anche solo il doppio di lavoratori del settore privato, ovvero un milione (ma è molto probabile che saranno di più), di miliardi ne occorrerebbero in totale quasi 15 per un anno.
La serva contabile non è una economista, può dire tranquillamente di non esserlo e qualche strafalcione se lo può concedere e quando fa la spesa di tanto in tanto si fa prendere da queste assurde fantasie.
Sono conti di una serva che non fa il ministro dell'economia, perchè il quel caso sarebbe così decente da ammettere di non poter fare quel mestiere e si metterebbe a leggere la Bibbia, e magari anche qualche libro di economia. Di un economista serio, tipo John Kenneth Galbraith che diceva "è bene che ogni tanto i soldi vengano separati dagli imbecilli".
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